2016
commedia grottesca in atto unico
di Gloria Deandrea 

 

 

Sinossi
La vicenda si svolge all’interno del teatro. Riguarda il mestiere di un attore, uomo d'arte, messo in discussione a causa dell'età e del suo carattere vigoroso e intransigente. Tali attributi impediscono al soggetto relazioni durature e consolidate, al punto da dover chiedere aiuto, in un momento di difficoltà, al fratello gemello, uomo di scienze, con cui ha, da sempre, un pessimo rapporto. L'acceso contrasto tra i due viene messo in evidenza non solo da posizioni contrarie, riguardanti la natura umana in sé, bensì dalle marcate attitudini di entrambi, rivelatrici di valori etici diametralmente opposti. Da qui si scatenano reazioni contrastanti, che sfociano, dapprima, in incapacità d'ascolto, poi in prevaricazioni e imposizioni, infine in collaborazione e aiuto reciproco, sotto l'occhio attento e scrupoloso dell'amata assistente. Quest'ultima, figura costruttiva, cerca di favorire il dialogo tra i due fratelli, evidenziando le spigolature caratteriali di entrambi, affinché possano recuperare il rapporto, sicuramente tormentato, di una vita intera.

 


Personaggi
tre attori in scena Attore, suo Gemello, sua Assistente
ruolo doppio

Francesco Maria attore protagonista
Clown attore circense

Giulio Maria suo gemello, scienziato - deuteragonista
Maristella assistente dell'attore - tritagonista

 


Descrizione scena
scena unica
Lo spazio è determinato dal vuoto del palcoscenico.
L’unico ambiente che compone la scena, individuata dai distinti spostamenti delle figure agenti, è il palcoscenico stesso, rappresentato nella sua essenzialità, e accessibile al pubblico con immediatezza attraverso la raffigurazione ‘a vista’ degli elementi scenici in uso.
Per una buona comprensione del testo, valorizzato dagli attori, si rende perciò necessario utilizzare tali elementi, di supporto agli attori medesimi, e non di ostacolo. Questi materiali si distinguono in:

  • oggetti di scena mobili e mai fissi, in modo da essere gestiti direttamente dall’attore, che dovrà trattare tali oggetti come elementi di potenziamento alle proprie capacità gestuali, di supporto all’azione scenica
  • luce diffusa per evidenziare gli spostamenti degli attori agenti
    luce contenuta, 'di taglio' – concentrata sul singolo attore, nei momenti di recitazione di monologhi e/o soliloquio
    controluce per l’esposizione al pubblico delle scene 'in ombra' presenti nella pièce. Quest’ultimo uso della luce si manifesta, inoltre, come metafora visiva di annullamento della figura dell’attore, in favore della sua ombra, appunto, che, nel caso specifico, offre un’ulteriore lettura dei personaggi, evidenziando il rapporto duplice tra essere e non essere
  • è possibile inserire, inoltre, cartelli e/o proiezioni con scritte o parole efficaci, di sostegno al testo e alla scena, possibilmente gestiti dall’attore

La scena sopra indicata è pensata per potenziare il lavoro dell’attore, che non può essere compromesso da ambienti fastosi o barocchi, indicativi di altre forme teatrali. A tal proposito è importante porre in evidenza il fatto che la scena è, e dev’essere sempre di supporto all’attore, il quale saprà porre, nel modo più consono, l’attenzione sul testo teatrale, grazie all’uso appropriato della parola e del gesto.

 


Descrizione costumi
costumi contemporanei e maschera
I costumi, fondamentalmente contemporanei, è necessario che rispondano alle caratteristiche di 'adattabilità' alla figura attoriale, perciò, devono presentarsi come supporto all'azione compiuta dall'attore medesimo, e non ostacolo. Oltre a questi, è necessario ragionare anche sul personaggio del clown, i suoi movimenti, e la mimica che lo contraddistingue. Tali descrizioni permettono una distinzione tra:

  • costumi contemporanei, per i personaggi: Francesco, Giulio e Maristella – neutri, possibilmente monocromatici. La caratteristica principale dei costumi è data dalla duttilità dei tessuti, che provoca una conseguente comodità nella vestizione dell'abito, entrambe doti necessarie per agevolare l'attore in ogni suo movimento. Tali qualità non possono dissociarsi dal trucco che l'attore stesso è tenuto ad eseguire, includendovi altresì un'attenzione particolare alla capigliatura, rilevante per il completamento di ogni personalità presente in scena
  • costume contemporaneo 'maschera', per il personaggio: Clown – storicamente, dalla Grecia in poi, in termini generali, il mimo greco prelevato dai Romani, e da loro definito 'mimus albus' risponde alle caratteristiche della maschera che, nel tempo, assumerà il nome di 'clown bianco'. Tale maschera, contrapposta al 'mimus centuculus', letteralmente 'mimo dalle cento pezze', prenderà forza con il noto personaggio della Commedia dell'Arte: Arlecchino. Da qui, un'ulteriore suddivisione storica, legata all'arte circense, distinguerà il clown 'europeo', bianco appunto, da quello 'americano', pezzato e colorato. A questo punto, manca solo il clown della società globalizzata e del consumo: Ronald McDonald. Quest'ultimo risponde alle necessità di riferimento per la pièce.

La caratteristica principale del costume da clown, è data dall'assenza della visibilità dell'attore inteso come persona fisica, in quanto costretto all'interno di un abito che investe il corpo nella sua totalità, riducendolo a 'maschera' di se stesso. Di conseguenza, dev'essere realizzato con materiali elastici, particolarmente duttili e adattabili all'attore medesimo, per favorire il performer nelle manifestazioni fisico-gestuali richieste, con attenzione specifica alla respirazione di quest'ultimo. Anche per gli altri personaggi, seppur meno celati del clown, vale lo stesso principio legato alla libertà di movimenti, sempre in favore all'azione scenica richiesta.

 


Scena 1
Due Dell'errore, dell'orrore

In teatro.
Presenti in scena: l'attore protagonista, cadavere in una bara. Il fratello gemello, deuteragonista, entra poco dopo i suoni, sedendosi al suo capezzale.
Azione scenica: soliloquio del gemello Giulio.
Scena: una bara aperta, in verticale, su rotelle, e una sedia.
Rumore: suono di campana.
Nb L'attore-cadavere ha un cartello appeso al collo, con la scritta: 'torno subito'.
Nb I due fratelli sono vestiti allo stesso modo.
Nb L'attore-cadavere non ha battute.

Luce (un faro illumina la bara, disposta in verticale)
Rumore (suono di campana, costante e ben scandito)
Giulio (entra, fermandosi vicino al cadavere, osserva la scritta per pochi secondi; poi, si siede)
Luce (contro)
Giulio (al pubblico, trionfo 'Dell'errore, dell'orrore'. Struttura: 'décima', dieci ottonari con rima in ABBAA CCDDC; divisione doppia in cinque versi e specularità delle rime introdotte nella strofa)

Così giunta è la Morte
che sempre porta corona,
non uno serba la persona
dal destino, dalla sorte.
Servitori siam di corte!
L'oscurità sulla luce,
dal giorno al buio truce,
il sole cede il passo
alla notte del trapasso.
L'ombra sorge controluce.

La fine di un attore,
di un uomo, vale poco
osservando questo gioco
dell'errore, dell'orrore.
Tramonta il mattatore.
D'illusione ha vissuto,
sulla scena ha compiuto
parola, gesto, azione,
costruendo un buffone,
la sua vita ha perduto.

Luce (via contro; faro sul cadavere, e faro su Giulio)
Giulio (pensieri in libertà) Apriamo, così, una nuova pagina della nostra esistenza. (enfasi su 'con' e 'senza') Quella 'con' vita, (indicando se stesso) e quella 'senza' vita. (indicando il cadavere) La vita di un uomo, nato mortale, e con un tempo finito. (al fratello) E il tuo tempo è, appunto, finito. (al pubblico) Una vita dedicata al teatro, all'arte dello spettacolo per eccellenza. Una vita vissuta solo esclusivamente qui, sul palco, e mai fuori. Al di qua della scena, senza rompere la quarta parete per andare oltre, figuriamoci nell'aldilà… (al fratello) quanto spazio troverai! (al pubblico) Una pagina determinata dalla rinuncia alla vita, di una persona che, senza motivazioni apparenti, ha deciso di porvi fine. Determinata dalla perdita di una figura emblematica, rappresentativa del mondo teatrale, e anche di un fratello. (si alza, e si avvicina al cadavere)
Luce (via faro su Giulio)
Giulio Una pagina che si apre con l'abbandono di un corpo, bene materiale, che qui resta e qui giace. (puntualizzando, indica il palco) Qui, in teatro, la tua casa, perché nella mia, un cadavere, con tutti i germi che produce, non lo voglio. (guardando l'attore) In una situazione come questa, dolorosa, amara, luttuosa, per certi versi tragica, ecco, mi sento di manifestare l'insieme delle emozioni che provo con un solo, unico, ma significativo gesto. (all'attore, gesto dell'ombrello)
Maristella (entra in quell'istante, dirigendosi alla bara; ferma per pochi secondi, nel guardare Giulio)

La décima o quintilla doblas, o espinella, in onore del poeta, romanziere e musicista, Vicente Espinel che, a fine XVI secolo, ne concepì la struttura, è una strofa composta da dieci ottonari, con rima in ABBAACCDDC. Può avere un punto fermo o i due punti dopo il quarto verso, ma non oltre il quinto. Può, inoltre, essere intesa come una strofa formata da due redondillas (periodi di quattro versi ciascuna), con rima in ABBA e CDDC, unite da un distico centrale cerniera AC. Durante i secoli XVII e XVIII si usò con frequenza per la realizzazione dei poemi. Inoltre, fu particolarmente adatta per il teatro; a tal riguardo, il drammaturgo Félix Lope de Vega, nel suo ‘Arte nuevo de hacer comedias’ (1609), scrisse che ‘le décime sono buone per fare denuncia’.

 


Scena 2
Due La vita e la morte

In teatro.
Presenti in scena: attore protagonista, ancora cadavere in una bara, la sua assistente, tritagonista, e il fratello gemello, entrambi al suo capezzale.
Azione scenica: dialogo tra Maristella e Giulio.
Scena: una bara aperta, in verticale, su rotelle, e una sedia.

Nb Maristella ha un fazzoletto in mano, con cui, ogni tanto, si asciuga le lacrime e si soffia il naso.
Nb L'attore-cadavere non ha battute.

Luce (faro sul cadavere + fari laterali, di taglio, su Maristella e Giulio)
Maristella Perché non lo lasci in pace. Almeno adesso che è morto. (amareggiata, porta il fazzoletto al naso)
Giulio (con calma, abbassa le braccia, ponendole, conserte, davanti a sé) Buongiorno Maristella.
Maristella Giorno. Che giorno! (espressione facciale di pianto trattenuto) Almeno due lacrime le potresti versare. In fondo era tuo fratello.
Giulio Non andavamo d'accordo, lo sai.
Maristella Non andavate d'accordo? Ma se neanche vi parlavate!
Giulio Appunto.
Maristella (nervosamente, tra sé) Come fanno due persone ad andare d'accordo, se non si parlano?! (a Giulio) Potresti almeno pensare alla triste vicenda, e averne pietà.
Giulio Pietà è un concetto storicamente utilizzato dagli appartenenti a qualche setta religiosa, a cui, vista la formazione illuminata e progressista della mia persona, preferisco, per ovvie ragioni, non apporre alcun commento e, soprattutto, non aderire.
Maristella (allarga le braccia al pubblico, in segno di disappunto)
Giulio In aggiunta, la cronaca nera non mi ha mai stimolato né a livello emozionale, né, tanto meno, dal punto di vista intellettuale. Di conseguenza...
Maristella (interrompendolo bruscamente) …potresti fingere.
Giulio Fingere?! Non sono mica un attore! (al cadavere) Che finga lui, piuttosto. (a Maristella) Che ha passato una vita fingendo. (avvicinandosi al cadavere) Finto. Finto. Sei finto. E sei bugiardo. Hai sempre mentito. L'unica cosa che ti è riuscita bene è stata la menzogna. Su e giù dal palco. Anche se giù non sei mai stato. Dentro e fuori il teatro.Anche se fuori non sai cos'è. Hai mentito sempre. Hai mentito a te stesso, hai mentito a me, a Maristella, hai mentito a chiunque ti capitasse davanti. Hai mentito di proposito; e mentendo, con l'intenzione di mentire, hai distrutto tutto ciò che avevi. La tua vita, quella privata, e anche la pubblica, il tuo lavoro, (con enfasi) il mestiere d'attore, (riprende con misura) così prezioso, faticoso, intoccabile. Eh, già! Non ti si poteva disturbare mai. Dovevi essere sempre concentrato. Hai distrutto i rapporti con le persone che credevano in te, che si fidavano di te, che ti sono state sempre vicine, (indicando Maristella) e che presentano deficienze tali da piangerti ancora adesso!
Maristella Ih, ih, ih! (piange portandosi il fazzoletto al naso)
Giulio (a Maristella) Piangi. (al cadavere) Buffone. (ripete la battuta per un paio di volte)
Maristella (esasperata, con tonalità elevata) Basta! (moderata) Basta. Ognuno è quello che è. E quello che è stato, non ha più importanza. Non è il caso di continuare a parlarne.
Giulio Certo, non parliamone mai. Non affrontiamo mai i problemi. D'altronde, affrontandoli, potremmo correre il rischio di risolverli. E perché mai?! Meglio un bel pianto liberatorio. Lasciamo tutto così, e continuiamo ad abitare nella menzogna.
Maristella La menzogna fa parte della vita.
Giulio (ironico, indicando l'attore) Ti ha fatto bene la sua frequentazione.
Maristella Come la verità.
Giulio Verità?! Tu parli per frasi fatte, prive di ragionamento...
Maristella …ragionamento è ciò che io...
Giulio (irato) …io perseguo la verità! Data, certamente, dalla ragione. Ad ogni azione corrisponde una reazione. Almeno una. E, comunque, è importante dedicare sempre una riflessione alle conseguenze degli atti da noi compiuti. (pausa) Se semini menzogna, non puoi pensare di raccogliere verità. È chiaro il concetto?!
Maristella Sì. Ma perché ti arrabbi con me?
Giulio (con sufficienza) Ma non ce l'ho con te. Ogni volta che lo vedo, vivo o morto... riesce sempre a farmi incazzare. Oltre ogni previsione. Incredibile.
Maristella (sorride, dolcemente) È perché, in fondo, lo ami ancora. E vuoi lasciargli il ricordo di qualche tua impressione.
Giulio (duro) A chi?! A quel buffone, cialtrone, straccione. One, one. Ma figurati!
Maristella (tra sé, indignata) Pazzesco. (al gemello) Neanche adesso riesci a piangerlo? Neanche adesso che è due metri sotto terra?
Giulio È dov'è sempre stato. In teatro.
Maristella Che sarà due metri sotto terra.
Giulio (tra sé) Fossero almeno venti! (all'assistente) Obbiettivamente, Maristella, che senso ha tenerlo qui! Stiamo a discutere di due ossa marce e un paio di vermi che si mangeranno la carcassa. Sai quanti batteri ha addosso un cadavere?
Maristella Ih, ih, ih!
Giulio No, non piangere. Se non lo sai, te lo dico io.
Maristella (esasperata) Non me ne frega niente dei batteri!
Giulio Dovrebbe, invece. Ti manderanno alla tomba prima o poi, se non dovessi morire di morte violenta. (con distacco) Ma non possiamo cremarlo? Così si guadagna anche spazio.
Maristella (aggressiva) Che t'importa dello spazio?! Tanto lo tengo io! (piange nuovamente)
Giulio Ma dove lo tieni tu?
Maristella Qui, in teatro. Nel suo teatro.
Giulio Se è per tenerlo così... (indica il cadavere) con quel cartello appeso al collo poi! Cos'è, il gioco degli orrori?!
Maristella Come?!
Giulio Sei sorda? Ho detto: è il gioco degli orrori?! Cosa ci fa un cadavere con quel cartello al collo?
Maristella L'ha voluto lui. Diceva che serve per alleggerire. (col fazzoletto si asciuga le lacrime)
Giulio Esibizionista fino alla fine. E anche dopo. Sempre sotto ai riflettori. Alle luci della ribalta.
Maristella Meglio sotto le luci che sottoterra. Ci è stato una vita sotto i riflettori... lui non amava il buio.
Giulio E allora che venga cremato!
Maristella Non ancora. Aspettiamo. (piange)
Giulio Ma non lo puoi tenere così! Dammi del fuoco. Lo brucio io.
Francesco (il cadavere apre gli occhi)
Maristella No! Aspettiamo. (piange ancora)
Giulio Aspettiamo cosa?!
Maristella Che venga qualcuno, in visita, per l'ultimo saluto. (prosegue il pianto)
Giulio (si avvicina a Maristella, lucidamente) Non verrà nessuno, qui, in teatro. A nessuno importa di un attore. Né della sua vita, né, tanto meno, della sua morte.
Francesco (il cadavere richiude gli occhi)
Maristella (infantilmente) Ti dico che verranno, lo so.
Giulio Tu credi di sapere ciò che in realtà non sai.
Maristella So che non voleva essere lasciato solo.
Giulio Perché era infantile.
Maristella E aveva paura della morte.
Giulio Perché era presuntuoso. Esattamente come ogni ignorante che si rispetti. Che ignora ciò che c'è, e che non c'è. Ciò che sa, o che presume di sapere, e che non sa. Ciò che è, e ciò che non è. Chiaro?
Maristella (pausa; lo guarda con sufficienza, poi riprende) Risparmiami dalle tue teorie strampalate. Almeno in questo triste momento.
Giulio Teorie strampalate?! Sono fatti. Solo chi vive nell'ignoranza più profonda ha paura di morire. Chi, invece, è cosciente di non poter conoscere ciò che si presenta aldilà di questo mondo, non teme la morte. È un concetto semplice. Tu pensi che la morte sia un male?
Maristella (cenno affermativo col capo)
Giulio Perché sei ignorante.
Maristella (volto interdetto al pubblico; poi, indicando il cadavere) Anche lui lo pensava.
Giulio Infatti, anche lui era ignorante.
Maristella (volto interdetto al pubblico; cerca di ribattere al fratello, senza successo) Ma...
Giulio ...ma chi ti dice, invece, che non sia uno dei più grandi beni dell'umanità. E perché no, parliamo per assoluti, il bene più grande che l'uomo abbia mai avuto nella sua terrena vita. La propria morte. In fondo, è ciò che possediamo tutti, fin dalla nascita, e senza distinzioni. Ad ogni persona al mondo, nella vastità del mondo, a tutti i popoli del mondo, con etnie, identità, religioni, sessualità differenti, a tutti, ma proprio tutti, appartiene qualcosa in vita che nessuno mai riuscirà a togliere: la propria morte. Guarda che non è poco!
Maristella (accenna un pianto)
Giulio Pensa ai bambini, per esempio, quegli esseri apparentemente innocenti, che sono piccoli, quindi inducono tenerezza e amore, ma cresceranno, e indurranno disprezzo e odio; pensa a loro, è possibile costruire un'analisi corposa attraverso l'osservazione di più casi, comunque, rimane un fatto indubbio: fin da piccoli, presentano alcuni caratteri comportamentali comuni, che, a seconda delle singole esperienze, sviluppano o attutiscono nel tempo. Esattamente quando saranno cresciuti.
Maristella (svilita, guarda il pubblico; poi, lieve pianto)
Giulio No, no, non piangere! Mi spiego meglio.
Maristella (piange a dirotto)
Giulio Facciamo un esempio, per capirci.
Maristella (prosegue il pianto)
Giulio Sì, però... (cenno di silenzio; dopo qualche secondo riprende) parliamo del possesso. Questo sentimento... semplice, primitivo, bestiale, descritto in molti casi di cronaca nera, ma anche cronaca rosa, poco importa, questo sentimento, insito negli individui fin dai primordi della civiltà. (alterazione vocale su toni differenti) È mio, è mio, è mio. (riprende con vocalità neutra) Si sente ripetere dai bambini. Atteggiamento tipico, anche di qualche adulto...
Maristella (indica il cadavere)
Giulio (lo guarda; poi, all'assistente) ...oeheee! Comunque, se, nei parametri del possibile, si educassero non i bambini, ma le mamme, ad avere una coscienza chiara sul concetto ambivalente vita/morte, senza permettere loro inutili e quantomeno sterili associazioni mentali semplicistiche, rivolte, l'una al bene, l'altra al male, al giorno e alla notte, al bianco e al nero, alla luce e al buio, e via dicendo... far comprendere loro, con trasparenza esplicativa, che gli elementi della natura non sono opposti, bensì l'uno parte integrante dell'altro, che la luce ha bisogno del buio, il bianco del nero, il giorno deve concludersi per lasciar spazio alla notte, il bene non si può identificare senza il male, ecco, assimilando questi principi, le mamme, potrebbero parlare ai propri figli... dei bambini morbidi e banali, che stringono a sé un giocattolo, il dinosauro di gomma, la macchinina, la bambolina, la pallina... e dopo aver parlato, passare energicamente all'azione. Togliere dalle manine questi altrettanto banali giochi, e spiegare scientificamente, che l'unica cosa effettiva in loro possesso è, e sarà sempre e soltanto, la morte. (pausa) Questi bambini, crescerebbero più coscienti.
Maristella (scoppia a piangere)
Giulio Non piangere! Non hai alcun motivo di affliggerti. Segui il ragionamento. Il possesso porta alla violenza. Inevitabile, perché vuoi ottenere qualcosa che è di qualcun altro, che non ti vuol dare. La violenza porta alla guerra. Perché combatterai volentieri per togliere questo qualcosa a quel qualcun altro, che non te lo permetterà. Di conseguenza, la guerra porta alla morte. Perché sei disposta a distruggere e a distruggerti pur di ottenere questa cosa, che non sai più cos'è, ma ormai, non ha importanza. Se potessimo togliere dal dna dell'essere umano un sentimento primitivo e demolitore come il 'possesso', riusciremmo a concentrare le nostre energie sul concetto specifico di 'morte'. Si salterebbero molti passaggi. E si penserebbe che la morte, non può essere considerata come male individuale, o perlomeno, non solo. Si potrebbe valutare, anche, come la corretta conclusione di una vita terrena, quindi, la più spettacolare delle realtà umane. D'altronde, nessuno ha mai formulato una tesi contraria, e soprattutto, è mai tornato indietro a raccontarla.
Maristella (piange ancora)
Giulio Perciò, non piangere, Maristella. Gioisci, invece. (in crescendo) Questa morte è uno spettacolo! Un dramma. Un rito. Un mito. Una rappresentazione. Un fatto. Un atto. Una liberazione! (si ricompone; moderato) La tua, più che la mia. La nostra, (indicando il pubblico) la loro. Credi a me, questa morte, è la fortuna di tutti. E adesso, dimmi, lo vogliamo cremare il cadavere?

 

To be continued…

 

 

APPENDICE
Note Personaggi


I personaggi presenti nella pièce sono tre: un attore, protagonista, suo fratello gemello, deuteragonista, e l'assistente dell'attore medesimo, tritagonista. Vengono di seguito riportate le loro caratteristiche principali:

  • attore, protagonista è un personaggio doppio, ambiguo, che vive in teatro, e per il teatro, ma accetta ruoli non teatrali, nel caso specifico, pubblicitari, per ragioni soprattutto economiche, e per restare sempre sotto i riflettori, in modo da non esser dimenticato. Apparentemente non vuole dipendere da terzi, ma poi, costretto dalla situazione, chiede aiuto al fratello gemello, con cui non ha mai avuto un buon rapporto. È amorevole con la sua assiste, ma si diverte a provocarla. La costruzione drammaturgica si presenta priva di vincoli dettati da appartenenze storiche, quindi 'libera' sia dalla contestualizzazione del personaggio, che per i dialoghi ad esso corrisposti. Viene formulata, soprattutto, con battute riguardanti la figura egocentrica dell'attore stesso, in contrasto al gemello, con una struttura verbale non particolarmente complessa e d'immediata percezione, che gioca, però, sull'ironia e la prontezza d'espressione. Si è intervenuto, inoltre, nella composizione drammaturgica, con largo uso di bisticci, asticci, giochi di parole e sciarade. Tutti elementi di supporto al dialogo ritmato tra gli attori.
  • gemello, deuteragonista anche questo è un personaggio doppio, ambiguo, non solo perché gemello del protagonista, ma anche per la sua viva curiosità nei confronti di mondi apparentemente effimeri, come il teatro, che però, presentano, in alcuni casi, formule di notevole razionalità. Razionalità a cui è molto legato, in quanto uomo di scienza. La costruzione drammaturgica del personaggio, inevitabilmente di supporto al protagonista, è legata alle battute e ai comportamenti di quest’ultimo, e anch’esso si presenta non privo di soluzioni lessicali, proposte, però, con una complessità linguistica più accentuata, legata al ragionamento viscerale.
  • assistente, tritagonista è un personaggio femminile, di mediazione tra i due fratelli, ed i loro estenuanti contrasti. Questa figura offre un suggerimento prezioso alla struttura della pièce, in quanto personaggio sobrio, proponente una forma indiscussa di equilibrio. Tale equilibrio, che manca ai due fratelli, viene ricercato da entrambi nelle loro svariate manifestazioni, e mai trovato. Per questa ragione, si affidano agli interventi puntuali della tritagonista. Le sue battute sono di supporto agli altri attori, e/o di puntualità nel compimento dell'azione scenica.

L’evoluzione drammaturgica si compie in tutti e due i fratelli, l'attore protagonista e il gemello deuteragonista, che, dopo estenuanti battibecchi, anche grazie all'assistente, imparano a rispettarsi ed a sostenersi nelle avversità. Il primo, esce finalmente dalla sua casa, metafora di un guscio protettivo, il teatro, scoprendo ed accettando altre realtà possibili. Il secondo, invece, rimane così affascinato dal mondo teatrale, che ne prosegue, con determinazione ed entusiasmo, l'attività. L'unico personaggio privo di evoluzione drammaturgica, che rimane fedele a se stesso, è l'assistente, in quanto figura mediatrice, coerente dall'inizio alla fine. Le evoluzioni dei due fratelli, si concludono attraverso radicali trasformazioni non solo fisico-gestuali, ma anche verbali, con colori e tonalità differenti, a seconda delle necessità.

 


Note Scene

La pièce è strutturata in atto unico. Le scene sono dipendenti l’una dall’altra, e interpretate con un ordine progressivo. Al loro interno compaiono dialoghi di due tipologie:

  • dell’azione scenica indiretta
    narrazione, l’attore, si rivolge al pubblico, esponendo le battute di relazione/scambio con quest’ultimo
    soliloquio, l’attore espone le battute tra sé, con maggiore intimità e flemma verbale
  • dell’azione scenica diretta
    dialogo, l’attore si rivolge all’altro performer, con battute di scambio rapido, sostenuto, ritmato, botta/risposta.

Tali elementi, specifici dell’attività teatrale, fanno sì che l’attore agente e lo spettatore reagente, le due figure prime del Teatro di Parola, abbiano la possibilità di giocare più intensamente, senza nulla togliere alla vicenda narrata nella pièce.
L’atto unico si distingue in 8 scene, così classificate:

  • soliloquio Gemello a differenza del monologo, in cui l’attore rivolge la battuta al pubblico, informandolo dell’azione/emozione del personaggio presente nel dramma, il soliloquio propone una visione più intima degli eventi, in quanto dialogo tra il performer e il personaggio stesso, rendendo allo spettatore una scena più raccolta e privata.
  • dialogo Attore/Gemello i dialoghi tra l'attore e il suo gemello riguardano il loro rapporto conflittuale e irrisolto, che prosegue da anni, compromesso fondamentalmente dal carattere vigoroso e intransigente di entrambi. Tali dialoghi presentano ritmo sostenuto, oltre a richiedere sintonia e precisione da parte dei due attori agenti.
  • dialogo Attore/Gemello/Assistente i dialoghi fra i tre interpreti, sono mirati alla comprensione degli avvenimenti. A questo scopo, l'assistente, rimarca, controbatte e direziona, per quanto possibile, le ragioni contrastanti dei due fratelli, tratteggiandone le argomentazioni.
  • trasformazioni la scena 4 si presenta come scena mista, tra la mimica, vestizione/trucco del protagonista in clown, con relativa musica di accompagnamento ai gesti compiuti, ed il dialogo dei due fratelli, supportati dall'intervento secondario dell'assistente. Tale scena, ritagliata rispetto al contesto, si rende necessaria allo svolgimento drammaturgico della vicenda, fungendo da perno per lo sviluppo delle scene successive.

Oltre alla classificazione sopra elencata, all’interno della pièce, nella scena di presentazione, la scena 1, è inserito il trionfo 'Dell'errore, dell'orrore', necessario alla chiarezza esplicativa dell'opera, in modo tale da esser compresa con immediatezza, agevolando un’ulteriore interpretazione dell’attore, le sue possibilità vocali, oltre a quelle gestuali, e, non meno importante, la comprensione dello spettatore, si auspica, stimolato alla riflessione.

 


Sulla drammaturgia
La drammaturgia, ovvero la scrittura teatrale, è un tipo di scrittura “doppia”. Dev’essere pensata per la rappresentazione e non soltanto per la lettura come un qualsiasi altro testo; ossia, è necessario individuare i termini che meglio possono modellarsi all’azione fisica dell’attore, e che, contemporaneamente, permettono la comprensione della vicenda da parte dello spettatore. Oltre a questi punti, bisogna tener presente anche i gesti collettivi dei performer agenti in scena, sempre in rapporto alla parola detta, alle entrate/uscite e agli spostamenti continui. In sintesi, la drammaturgia, favorisce il racconto di una storia sia a livello visivo che orale, e qui trova la sua dimensione d’eccellenza, per contro, presenta svariate difficoltà d’impostazione.

Sulla drammaturgia storica
Il lavoro realizzato, verte su temi rilevanti e in parte già citati, quali: il concetto di doppio, il gesto dell’attore in rapporto alla parola, l’azione fisico/verbale, il tempo storico passato in relazione a quello presente. Questi stessi temi, specifici del Teatro di Parola, devono inevitabilmente convergere verso la rappresentazione di una vicenda, che sia essa a sfondo sociale, antropologico, politico, o filosofico.
Per raggiungere questo obiettivo, è necessario partire da una ricerca storica consistente, tale da porre le basi strutturali all’opera. La ricerca storica medesima, punto focale del testo, contribuisce alla solidità dell’impianto impostato dall’autore, sostiene l’elaborazione filologica compiuta dall’attore, e, per ultimo, ma non meno importante, agevola la lettura dello spettatore, sia a livello di pensiero che di sentimenti. Inoltre, permette la caratterizzazione dei singoli personaggi, visti da diverse angolazioni, e favorisce il dibattito anche sulle più complesse vicende passate, realmente accadute, poste sempre in relazione alla contemporaneità.

Sulla drammaturgia contemporanea
La drammaturgia contemporanea è, o perlomeno dovrebbe essere, il fiore all’occhiello delle produzioni teatrali, soprattutto se realizzata ex-novo, sia a livello strutturale/compositivo che narrativo, e se non si presenta come un adattamento da testi già esistenti (a cui, erroneamente, viene dato il nome di drammaturgia). È necessario attribuire alla drammaturgia contemporanea quel valore aggiunto che non può essere sostenuto da altre forme della rappresentazione teatrale. Di conseguenza, il lavoro del drammaturgo, sicuramente elitario, verte sulle considerazioni sopra citate, con la consapevolezza di chi compie un percorso artistico rivolto all’ottenimento di risultati permanenti, in modo da arricchire non solo la realtà teatrale, ma culturalmente la società e il costume del tempo storico di appartenenza. Quest’ultima operazione è imprescindibile dall’opera realizzata, e contribuisce in modo rilevante alla crescita culturale di un Paese. È un dovere civico, un dovere etico che ogni autore non può esimersi dall’ottenere, e va molto oltre la rappresentazione di un semplice e fortunato spettacolo.

 


Sulla décima
La décima o quintilla doblas, o espinella, in onore del poeta, romanziere e musicista, Vicente Espinel che, a fine XVI secolo, ne concepì la struttura, è una strofa composta da dieci ottonari, con rima in ABBAACCDDC. Può avere un punto fermo o i due punti dopo il quarto verso, ma non oltre il quinto. Può, inoltre, essere intesa come una strofa formata da due redondillas (periodi di quattro versi ciascuna), con rima in ABBA e CDDC, unite da un distico centrale cerniera AC.
Durante i secoli XVII e XVIII si usò con frequenza per la realizzazione dei poemi. Inoltre, fu particolarmente adatta per il teatro; a tal riguardo, il drammaturgo Félix Lope de Vega, nel suo ‘Arte nuevo de hacer comedias’ (1609), scrisse che ‘le décime sono buone per fare denuncia’. Tale struttura, infatti, si presenta con ritmo sostenuto, particolarmente incalzante, più musicale che poetico, grazie alla divisione doppia in cinque versi, e alla specularità delle rime introdotte nella strofa. Questo metro, è stato utilizzato dai poeti della Generazione del 27, quali Jorge Guillén, Gerardo Diego, Federico Garcìa Lorca, e molti altri autori e drammaturghi. È tuttora diffuso in America Latina tra i payadores, poeti popolari che improvvisano recitando in rima, accompagnati da una chitarra. Inoltre, la cantautrice cilena Violeta Parra, compose in dècima la sua autobiografia.
Nella metrica italiana, la décima è una strofa di dieci endecasillabi in cui, ai primi sei versi a rima alternata, segue un tetrastico finale di tre versi baciati su altra rima, e l’ultimo che rima con il verso pari della sestina alternata, secondo lo schema ABABABCCCB.
La décima è stata utilizzata raramente nella metrica italiana, perché impiegata soprattutto come stanza (porzione di un poema che, nella poesia moderna, equivale ad una strofa) della lauda (dal latino laus=lode; più precisamente lauda spirituale), la forma di maggior importanza di canzone sacra, in volgare, presente in Italia nel tardo medioevo e nel rinascimento, in seguito abbandonata, anche se tornerà popolare nel XIX secolo.

 


Sul mestiere d'attore
L’attore è colui il quale agisce di fonte a un pubblico, sostenendo una parte in uno spettacolo. Il termine (dal latino actor-oris) deriva etimologicamente da agere, agire, e si riferisce a una finzione non raccontata o descritta, ma rappresentata, in atto, dinanzi agli spettatori. L’attore è, pertanto, l’interprete di un’azione drammatica raffigurata scenicamente.

L’attore nel fenomeno teatrale
L’attore rappresenta l’opera dell’autore, incarnandone i personaggi davanti a un pubblico. Da un lato, compie una sintesi fra il personaggio di fantasia e la sua determinata persona; dall’altro, funge da mediatore fra l’opera d’arte e lo spettatore, nella definitiva unità dello spettacolo. L’attività dell’attore è dunque un’azione di collegamento, che si svolge attraverso un duplice processo di metamorfosi: mentre l’attore rinuncia, ogni volta in forma e misura diversa, alla propria identità per favorire il personaggio di fantasia, allo stesso tempo, interpreta quel medesimo personaggio secondo i modi più famigliari e comprensibili allo spettatore. Questo processo di metamorfosi è condizionato da diversi elementi:

ELEMENTI SOGGETTIVI
figura
temperamento
carattere
qualità mimiche

ELEMENTI OGGETTIVI
ambito etnico e linguistico
categoria sociale
scuola, tradizione, tecnica
ambiente fisico

 

CLASSIFICAZIONE DELL’ATTORE
(secondo gli elementi soggettivi)
per genere:
drammatico:
comico, tragico
per repertorio (o stile):
classico
romantico
naturalistico
per ruoli (o emplois):
primattore
amoroso
ingenua
tiranno
soubrette

CLASSIFICAZIONE DELL’ATTORE
(secondo gli elementi oggettivi)
attore della tragedia greca

istrione o giocoliere romano

chierico o laico del medioevo cristiano

gentiluomo del rinascimento

commediante dell’arte

attore cortigiano barocco

comici nomadi e interpreti di teatri stabili

 

La presente sintesi strutturale riguardante il mestiere d’attore, è tratta da alcuni dei testi riportati in bibliografia.

 


Sul mestiere d'attore, nella storia delle rappresentazioni teatrali
Come sopra riportato, l’attore è colui il quale recita, interpreta, sostiene un ruolo all’interno di un testo drammatico. Il termine attore, deriva da atto (lat. actum) ‘azione, gesto’, a sua volta tratto da agere ‘mettere in moto, fare, agire’. Pertanto, la voce presenta un’estensione vastissima, significando non solo i movimenti espressivi del volto e del corpo, compiuti di proposito, ma anche le positure e gli atteggiamenti involontari. Tali comportamenti rendono così l’attore ambiguamente sdoppiato tra le caratteristiche razionali dell’uomo e quelle istintive dell’animale.
Nel tentativo di fornire un’ulteriore lettura espressiva, viene di seguito riportata una sintesi dei concetti filosofici in cui, tale voce, assume la sua accezione più alta. Nella filosofia greca, atto è infatti ‘ciò che non è più in potenza, ossia virtuale, da attuarsi, ma è compiuto, attuato’: non vi è atto che, nell’atto stesso in cui si pone come atto. Nella filosofia moderna idealistica, invece, la voce (atto puro), assume un significato più ampio, riconducibile all’intelletto: il pensiero in quanto atto per eccellenza, anzi unico atto esistente, produttore di ogni contenuto del pensiero stesso e perciò di ogni realtà.
A tal riguardo, e in base a quanto detto sopra, si rende necessaria una breve rassegna storica sul mestiere d’attore, ripartita in periodi temporali distinti:

  • GRECIA ANTICA
    Tespi d’Icaria, Eschilo, Sofocle
    distacco dal coro: nascita del protagonista, deuteragonista, tritagonista

    La figura dell’attore nacque verso il VI secolo aC allorché Tespi d’Icaria, personaggio dai contorni leggendari che la tradizione indica come iniziatore del genere tragico, distaccò dal coro il protagonista o primo attore. Eschilo introdusse poi nella tragedia il secondo attore (deuteragonista) e Sofocle il terzo (tritagonista). In seguito nessun genere di teatro greco, né tragico, né satirico, né comico, utilizzò più di tre attori. Questi impersonavano anche le parti femminili (ciascun attore recitava più di una parte), indossando maschere e costumi complicati che li costringevano a rimanere quasi immobili sulla scena.

  • ETRURIA
    Gli histriones
    attori-giullari girovaghi

    Il termine histrio, accettando una notizia di Livio (VII 2, 4-6), si crede di derivazione etrusca: (h)ister. Con questo nome erano definiti gli attori etruschi venuti a Roma per i ludi scaenici del 364 aC; in seguito, viene utilizzato dai romani anche per gli attori indigeni.

  • ROMA IMPERIALE
    Pubblio Pellione, con Plauto; Ambivio Turpione e Atilio di Preneste, con Terenzio
    divieto d’esibizione per i cittadini romani; dominus gregis

    Nell’antica Roma l’esibirsi in pubblico contravveniva ai principi di dignitas a cui i buoni cittadini dovevano uniformarsi. La professione d’attore era quindi considerata infamante e rigorosamente vietata ai cittadini romani, pena la decadenza dei diritti civili. Gli attori venivano reclutati fra gli schiavi e i liberti; dalle scene erano escluse le donne, che entrarono a far parte di compagnie teatrali solo all’epoca del basso Impero. Degna di nota, nel mondo teatrale romano, è la figura del dominus gregis: primo attore e direttore di compagnia, il quale sceglieva il repertorio della compagnia stessa e acquistava direttamente dall’autore i drammi da rappresentare. Famosi direttori di compagnia furono Publilio Pellione, che rappresentò le commedie di Plauto, Ambivio Turpione e Atilio di Preneste quelle di Terenzio.

  • MEDIOEVO
    Attori dilettanti: ecclesiastici e laici; giullari
    dramma liturgico; scenette comiche giullaresche

    La condanna che nella Roma antica escludeva l’attore dalla società con la qualità di infamis, fu ripresa dalla caduta di Roma all’alto medioevo, in termini ancor più rigorosi, dalla chiesa. Ripetuti anatemi furono scagliati contro attori mimi itineranti e contro gli attori di opere profane in genere: l’attore era considerato strumento del demonio, non solo perché mostrava agli spettatori ‘scene dissolute’ sia nella tragedia che nella commedia, ma perché il mondo etico al quale si rifaceva e che contribuiva a mantenere in vita era quello del paganesimo. Tale atteggiamento di ostilità perdurerà nei secoli: la chiesa assumerà tuttavia una diversa espressione nel basso medioevo e nel rinascimento verso gli attori dilettanti del teatro religioso, che rappresentavano: dramma liturgico, sacra rappresentazione, lauda drammatica, ecc., e il prendervi parte era considerato un atto di devozione e di culto. Interpreti di quel teatro furono, nei primi tempi, solo ecclesiastici, membri di confraternite religiose e di corporazioni artigiane. Unici attori professionisti del tempo erano i giullari (acrobati, ballerini, cantanti, dicitori di tiritere comiche, interpreti di scenette scurrili) che giravano di città in città, di corte in corte.

  • DALL'ETÀ MODERNA AL CONTEMPORANEO – Italia (‘400-‘500)
    Attori dilettanti e compagnie: della Calza a Venezia e del Sasso a Perugia
    commedia erudita, favola pastorale, tragedia classicheggiante

    Quando, con l’Umanesimo e il Rinascimento, si affermò il carattere profano del teatro (commedia erudita, favola pastorale, tragedia classicheggiante), lo spettacolo teatrale fece, ancora, quasi sempre a meno di attori professionisti. Il recitare fu infatti considerato una necessaria esperienza culturale da nobili, umanisti, accademici e studenti. Fra le compagnie di nobili del XV e XVI secolo si distinsero quelle della Calza a Venezia e del Sasso a Perugia; derivazione delle confraternite religiose e artigianali furono invece le compagnie di dottrina fiorentine: dei Vangelista, del Freccione, dell’Agnese, a cui appartennero anche i figli di Lorenzo il magnifico. Eccezionale rilievo ebbe per tutto il ‘500 l’attività teatrale delle accademie. Fra le rappresentazioni rimaste memorabili: la Sofonisba del Trissino (1564) e la Mandragola di Macchiavelli (1564), rappresentate dagli Olimpici di Vicenza; la Talanta, scritta dall’Aretino per i Sempiterni di Venezia (1561) e, negli stessi anni, L’assiuolo del Cecchi e L’errore del Gelli rappresentate dai Fantastici di Firenze.

  • DALL'ETÀ MODERNA AL CONTEMPORANEO – Italia (‘550-‘650)
    Le compagnie professioniste dei comici dell’arte
    virtuosismo vocale e mimico; improvvisazione su canovaccio

    Tra la metà del XVI e la metà del XVII secolo si assistette al fiorire di compagnie professionistiche dette dei comici dell’arte (arte significa appunto professione o mestiere). I comici dell’arte, rappresentanti di un teatro (Commedia dell’Arte) che alle pretese morali e culturali doveva anteporre il gradimento del pubblico, svilupparono una elaboratissima ed eclettica tecnica di recitazione fatta di virtuosismo vocale e mimico. Le compagnie dell’arte erano di solito formate da un nucleo famigliare rafforzato da attori scritturati o associati e comprendevano anche donne. I comici impersonavano, a seconda dell’età e dell’aspetto, ruoli fissi o maschere e recitavano improvvisando su un canovaccio, copione privo di dialoghi contenente solo la successione delle scene e le situazioni. Contro i comici dell’arte si levò l’ostilità della chiesa e delle autorità civili.

  • DALL'ETÀ MODERNA AL CONTEMPORANEO – Italia (‘600)
    Francesco e Isabella Andreini
    la commedia dell’arte nelle corti d’Europa e gli accademici

    Nel Seicento attori colti e intelligenti quali Francesco e Isabella Andreini, Tiberio Fiorilli detto Scaramuccia, e i due famosi arlecchini Tristano Martinelli e Domenico Biancolelli portarono la professione a un superiore livello di gusto, e famose compagnie di comici diffusero il teatro dell’arte presso le corti e le genti di tutta Europa. Sempre nel Seicento, accanto ai comici dell’arte continuarono a essere attivi gli accademici, seppur privi della vitalità ottenuta nel secolo precedente, i nobili e gli studenti: per influenza del teatro barocco spagnolo, si diffuse fra essi il gusto della recitazione magniloquente e retorica, del gesto ridondante, della recitazione ampollosa.

  • DALL'ETÀ MODERNA AL CONTEMPORANEO – Italia (‘700) 
    Girolamo Medebach e la riforma teatrale di Goldoni
    recitar bene: dialoghi tra attori, conoscenza del testo, condizione civile
    Nel Settecento con la progressiva diminuzione dei teatri di corte e la nascita della figura dell’impresario, si assistette alla scomparsa dei tradizionali attori dilettanti (accademici, studenti e nobili). Gli attori professionisti che a essi si sostituirono, provenivano quasi tutti dalla Commedia dell’Arte ormai languente. Tipico esempio di compagnia nuova fu quella di Girolamo Medebach, considerata fra le migliori del secolo, che ebbe il merito di assecondare la riforma teatrale del Goldoni. Garbo e naturalezza, secondo il Goldoni, erano indispensabili per recitar bene; di qui la necessità di liberarsi dei vezzi tipici dei commedianti: il guardare sempre verso il pubblico e non all’interlocutore sulla scena; il non sapere che approssimativamente la parte, contando sul suggeritore, ecc. Inoltre, il teatro goldoniano esigeva, anche dal punto di vista del costume di vita, un tipo nuovo di attore, attento al suo lavoro, alieno dalla vanità e dal divismo. C’è, nella concezione goldoniana, un apprezzamento della condizione civile dell’arte che ben rappresenta la cultura illuminista.

  • DALL'ETÀ MODERNA AL CONTEMPORANEO – Italia (‘800)
    La figura del mattatore e le sue potenzialità. Eleonora Duse
    ruoli scelti in base alle capacità del capocomico

    Nei primi anni dell’Ottocento entrò in vigore anche in Italia il regolamento napoleonico sui teatri, che prevedeva l’istituzione di compagnie drammatiche permanenti sovvenzionate dallo Stato. Le compagnie stabili rappresentarono tuttavia solo gloriose eccezioni nel panorama teatrale del XIX secolo, caratterizzato in Italia, a differenza di quasi tutti gli altri paesi europei, da una ripresa del nomadismo delle compagnie. Prevalse fra le compagnie girovaghe quella capocomicale, detta anche compagnia a mattatore: il mattatore (primattore, direttore, impresario) si circondava di attori di scarso rilievo e nello stabilire il repertorio era guidato spesso dalla preoccupazione di scegliere quelle opere che più si addicevano alle sue possibilità. Famosi attori non alieni da atteggiamenti mattatoriali, ma dotati di effettive grandi qualità e di eccezionale presa sul pubblico furono: Ernesto Rossi, Tommaso Salvini, Giovanni Emmanuel, Ermete Novelli, Ermete Zacconi, e, fra le donne, Adelaide Ristori. Prima di essi, Gustavo Modena, il più grande degli attori romantici, il cui impegno artistico non fu inferiore all’impegno civile e politico. Il XIX secolo, epoca dei grandi attori, si chiuderà con i trionfi della irrequieta Eleonora Duse.

  • DALL'ETÀ MODERNA AL CONTEMPORANEO – Italia (‘900)
    Compagnie di giro e nascita dei Teatri Stabili
    la scissione fra capocomico e primattore

    Le condizioni economiche degli attori in questo periodo, se si escludono i famosi capocomici, restano ancora precarie: paghe bassissime; vestiario, viaggio e trasporto dei bagagli a carico dello scritturato; nessun compenso per le prove. Questo stato di cose condusse alla costituzione, nel 1902, di una Lega di miglioramento degli artisti drammatici, che nel 1919 promosse i primi scioperi di categoria. Al periodo fra le due guerre risale anche l’acuirsi della crisi della compagnia a sistema capocomicale, che portò negli anni seguenti alla scissione fra il capocomico e il primattore: compagnie di questo tipo furono quelle di Ruggero Ruggeri, Memo Benassi, Alessandro Moissi, Antonio Gandusio, Renzo Ricci. Nel campo dialettale, eredi della gloriosa tradizione dei Ferravilla, Scarpetta, Zago e Grasso, furono Viviani, Giacchetti, Musco, Govi, Baseggio e i tre De Filippo. Nello stesso periodo, Luigi Pirandello fonda il Teatro d’Arte di Roma. Dopo la seconda guerra mondiale, contro il declino delle compagnie di giro cominciarono ad affermarsi i nuovi teatri stabili, sovvenzionati dai comuni e dallo Stato.

  • DALL'ETÀ MODERNA AL CONTEMPORANEO – Spagna (‘500-'600)
    L'auto sacramental
    i carros

    Il dramma religioso spagnolo fiorì nel XVI e XVI secolo, proprio mentre negli altri paesi europei veniva soppresso. In questo periodo si sviluppò una forma particolare di dramma religioso: l’auto sacramental, che riuniva in sé le caratteristiche delle moralità e dei drammi ciclici; accanto a personaggi umani e religiosi agivano figure allegoriche come il Peccato, la Grazia, il Piacere, il Dolore e la Bellezza. Le storie potevano essere ispirate anche a temi secolari, purché illustrassero la virtù dei sacramenti e la validità dei dogmi della chiesa. Fino al 1550 la responsabilità della messa in scena era affidata alle corporazioni di arti e mestieri, in seguito passò al consiglio comunale, e qui, il rapporto tra teatro religioso e professionale diventò particolarmente stretto. Gli spettacoli erano montati sui carros, forniti dalla municipalità; si trattava di carri di legno a due piani, coperti di tele dipinte ed equipaggiati in base alle istruzioni date dall’autore del testo.

  • DALL'ETÀ MODERNA AL CONTEMPORANEO – Spagna (‘580-'680)
    Il ‘secolo d’oro’ del dramma spagnolo
    Lope de Vega e Perdo Calderón de la Barca

    Lo scrittore più prolifico fu Lope de Vega, particolarmente abile nel tenere alta la tensione delle vicende rappresentate. Spesso l’azione si sviluppa dal conflitto tra le esigenze dell’amore e dell’onore, tema quest’ultimo che l’autore contribuì a rendere popolare, e lasciò in eredità a tutto il successivo dramma spagnolo. I personaggi provengono da tutti i ceti e le condizioni sociali, il loro linguaggio è appropriato ai diversi caratteri, e si avvale di distinte forme metriche. Calderón de la Barca, a differenza di Lope de Vega e dei suoi contemporanei, scrisse principalmente per il teatro di corte, soprattutto autos sacramentales. Mentre i drammi profani possono essere suddivisi in due categorie: le commedie di cappa e spada, costruite su intrighi amorosi ed equivoci a lieto fine, e le opere serie, molte delle quali trattano il tema della gelosia e dell’onore.

  • DALL'ETÀ MODERNA AL CONTEMPORANEO – Spagna (‘700-'800)
    L’attore Isidoro Máiquez e la battaglia allo stile declamatorio
    gli scrittori riparano a Parigi

    Nel ‘700, in seguito alla morte di Carlo II, il teatro di corte subì un rapido declino. Tra fine secolo e inizio ‘800 emerge, comunque, la figura di Isidoro Máiquez che, dopo aver recitato in provincia, debutta al Teatro del Principe nel 1791, divenendo il miglior attore di Madrid. Recatosi a Parigi, studia le tecniche di recitazione di Talma, imponendole in Spagna, dove s’impegna a combattere l’antiquato stile declamatorio e a promuovere un tipo di recitazione più naturale. La repressione che nel 1815 seguì la caduta dell’impero napoleonico fu particolarmente dura in Spagna e molti scrittori ripararono all’estero, soprattutto a Parigi, dove entrarono in contatto con i fermenti della rivoluzione romantica.

  • DALL'ETÀ MODERNA AL CONTEMPORANEO – Spagna (‘800-'900)
    Lo sviluppo delle compagnie
    Adriá Gual e il ‘Teatre Intim’ di Barcellona

    Nel XIX secolo, il teatro spagnolo fu particolarmente prospero, e dalle poche compagnie esistenti all’inizio dell’800, si passò a più di 50 gruppi teatrali attivi verso il 1875. Da un’istituzione antiquata qual’era, riuscì a mettersi al passo con le nuove tecniche sperimentate negli altri paesi europei.  Ciò nonostante non superò del tutto il proprio isolamento, partecipando ai maggiori movimenti internazionali solo da lontano. Al rinnovamento del teatro spagnolo contribuì sostanzialmente l’attività del Teatre Intim, fondato, secondo il modello dei teatri d’arte indipendenti europei, da Adriá Gual, a Barcellona, nel 1898. Per oltre trent’anni presentò un vastissimo repertorio di drammi che andavano dalle opere di Eschilo ai testi contemporanei.

  • DALL'ETÀ MODERNA AL CONTEMPORANEO – Francia (‘400-'500)
    Confrères de la Passion; Enfants sans-souci
    ruoli legati a rappresentazioni sacre per i primi, farsesche per i secondi

    Nel XV secolo le rappresentazioni più popolari erano quelle religiose nelle quali eccellevano i Confrères de la Passion, attori dilettanti che esercitavano i più svariati mestieri. Attori professionisti o semiprofessionisti erano invece i cosiddetti Enfants sans-souci, che effettuavano anche tournée, producendosi in un repertorio analogo a quello delle Basoche (farse, moralités e sottises). Nel 1540 il parlamento proibì ai Confrères de la Passion la rappresentazione di mystères sacrés, consentendo loro di rappresentare solo misteri profani.

  • DALL'ETÀ MODERNA AL CONTEMPORANEO – Francia (‘500-'600)
    La Comédie-Italienne, la compagnia di Molière e la Comédie-Française
    attori acrobati prelevati dalla commedia dell’arte

    Fra la seconda metà del XVI secolo e i primi decenni del XVII si assistette al fiorire di grandi attori (Turlupin, Gros-Guillaume, Gaultier-Garguille, Velleron Le Conte) e all’arrivo di famosi comici dell’arte italiani (Ganassa, Pier Maria Cecchino, più noto col nome di Frittellino, Francesco e Giovan Battista Andreini, ecc.), che non mancò di suscitare gelosia fra gli attori locali. Grande importanza storica ebbe, di lì a poco, la compagnia italiana diretta da Domenico Locatelli (Trivellino) che giunse nel 1653 a Parigi, per insediarsi (1660) al Palais-Royal dove, prendendo il nome di Comédie-Italienne, si alternò nelle recite con la compagnia di Molière. Nonostante la popolarità di cui godevano, gli attori vivevano però ai margini della società e la loro attività veniva ostacolata dalle autorità pubbliche che li tassavano pesantemente ed esercitavano una severissima censura. Un miglioramento della loro condizione, seppur non definitivo, si verificò nel 1641 allorché Luigi XIII, con un’ordinanza, riconobbe la liceità morale del mestiere dell’attore. I principi dell’ordinanza furono poi ribaditi nel 1680 dalla lettre de cachet di Luigi XIV con la quale veniva fondata la Comédie-Française.

  • DALL'ETÀ MODERNA AL CONTEMPORANEO – Francia ('700)
    Lecouvreur, Clairon, Lekain, Dumesnil, Talma
    interpretazione semplice e naturale, senza declamazione

    Continuavano a gravare sulle compagnie assurde imposte sotto forma di droit des paures, denuncianti, in definitiva, la sostanziale condizione di ‘tollerati’ che gli attori avevano nella società. Si dovette attendere la Rivoluzione del 1789 per vedere riconosciuti con un decreto dell’assemblea nazionale i diritti politici e sociali degli attori e la dignità della professione. Nel XVIII secolo si assistette anche a una lenta e profonda trasformazione dello stile di recitazione. Allo stile declamatorio ed enfatico, già ripetutamente ma inutilmente deriso da Molière, si venne sostituendo un tipo di interpretazione più semplice e naturale. Innovatori più o meno audaci furono Adriana Lecouvreur, M.lle Clairon, Lekain, M.lle Dumesnil, François-Joseph Talma.

  • DALL'ETÀ MODERNA AL CONTEMPORANEO – Francia ('800)
    Le compagnie stabili e quelle girovaghe. Il divismo e i monstres sacrés
    attori trascinanti; di rilevanza anche sul costume della nazione

    Nella prima metà del XIX secolo due provvedimenti migliorarono le condizioni degli attori: l’editto napoleonico del 1806, con il quale si istituivano compagnie permanenti sovvenzionate dallo Stato, e la legge del 1815 che, fissando alle compagnie girovaghe un itinerario per servire le piazze sprovviste di teatri stabili, garantiva loro continuità di lavoro. Durante il periodo romantico e nei decenni successivi nacquero i primi ‘divi’, i monstres sacrés, capaci di suscitare l’entusiasmo delle folle e di incidere sul costume del paese: tali furono Marie Dorval, Frédérick Lemaître, M.me Doche, Jeanne Bartet; a essi seguirono, tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, altri grandi attori: Gabrielle Réjane, Lucien Guitry, Sarah Bernhardt, De Max, Mounet-Sully, la cui fama, o ‘mito’, come nel caso della Bernhardt, è tuttora viva.

  • DALL'ETÀ MODERNA AL CONTEMPORANEO – Francia ('900)
    Antonin Artaud e il Théâtre Alfred Jarry
    visione rituale degli attori intellettuali

    Le Avanguardie novecentesche danno i natali a diversi artisti-intellettuali, i quali, unendosi in gruppi, costituiscono movimenti artistici di notevole spessore culturale. Antonin Artaud, già attore di Lugné-Poe, espulso dal movimento surrealista, perché non aderisce al marxismo del gruppo dirigente, e perché attore, nel 1927, fonda con Roger Vitrac il Théâtre Alfred Jarry, che vive due anni soltanto e rappresenta con mezzi esigui testi originali. In questo periodo Artaud scrive saggi illuminanti sulla Nouvelle Revue Française, esponendo una tesi rivoluzionaria, in cui sostiene, con forza, che la concezione religioso-cerimoniale-sacrificale del teatro originario deve tornare ad essere la condizione autentica del teatro moderno. Da quelle considerazioni nascono: Il teatro e la crudeltà (1933), Il teatro e la peste (1934), Il teatro e il suo doppio (1938). Nel periodo successivo alle due guerre, oltre al lavoro dei discepoli di Artaud, prende piede, soprattutto a Parigi, il ‘teatro dell’assurdo’ che, però, non si presenta come un movimento artistico dai contorni ben definiti.

  • DALL'ETÀ MODERNA AL CONTEMPORANEO – Inghilterra ('400)
    Gli attori dilettanti e i professionisti (giullari)
    i mystery plays con la presenza di minstrels

    Durante il medioevo in Inghilterra la divisione fra attori dilettanti, interpreti del teatro religioso, e attori professionisti (giullari) non era stata così rigorosa come negli altri paesi europei. Nei registri delle rappresentazioni di mystery plays si legge di pagamenti fatti a minstrels (menestrello, giullare) ai quali, probabilmente, venivano affidate parti secondarie nelle sacre rappresentazioni. Questi contatti con attori professionisti spinsero assai presto gli attori dilettanti a costituirsi in compagnie girovaghe per mettere a frutto le capacità acquisite. Si ha notizia che già nel 1427 i Players of Abingdon recitarono alla presenza di Enrico VI (Enrico Lancaster – dinastia Plantageneti). Più tardi gli attori girovaghi, giudicati da molti ambienti alla stregua di pericolosi vagabondi e perseguitati come tali dall’autorità giudiziaria, cercarono di porsi sotto la protezione di qualche nobile che garantisse loro l’immunità.

  • DALL'ETÀ MODERNA AL CONTEMPORANEO – Inghilterra ('500)
    Le compagnie: Lord Admiral’s Men, Lord Chamberlain’s Men con Shakespeare
    teatro elisabettiano: recitazione vociante e gesti solenni

    Nel 1571, il parlamento stabilì con una legge che per esercitare il mestiere gli attori dovessero essere ufficialmente riconosciuti servants di un pari, pena la berlina e la prigione. Fortunatamente per gli attori non era troppo difficile riuscire a ottenere la protezione dei nobili, i quali erano anzi lusingati di avere alle proprie dipendenze una compagnia drammatica. Così, le compagnie del periodo elisabettiano furono numerosissime. Fra le più celebri si ricordano: i Lord Admiral’s Men e i Lord Chamberlain’s Men, di cui fece parte anche Shakespeare, il quale, dal 1576 cominciò a recitare a Londra, in The Theatre, edificio a pianta poligonale che prefigurava il tipico teatro elisabettiano. La recitazione era necessariamente vociante, date le condizioni in cui si svolgeva la recita, davanti a un pubblico in piedi nella platea senza sedili, accalcato nei due o tre piani dei palchi, pronto a interloquire, a distrarsi. I gesti erano solenni e ritmati secondo particolari convenzioni. Dopo la morte di Elisabetta I (dinastia Tudor) e l’ascesa al trono di Giacomo I (dinastia Stuart), mentre le maggiori compagnie teatrali passavano sotto la protezione della casa reale (Shakespeare e i suoi compagni cambiarono il nome di Lord Chamberlain’s Men in quello di King’s Men), anche i nobili cominciarono a recitare a corte. Lo stesso re interpretava le parti principali dei masks che Ben Jonson e altri componevano.

  • DALL'ETÀ MODERNA AL CONTEMPORANEO – Inghilterra ('600)
    La regina calca le scene, primo caso noto di donna sul palcoscenico
    la tragedia eroica

    Durante il regno di Carlo I (successore di Giacomo I – dinastia Stuart), i cortigiani allargarono il repertorio a lavori drammatici di maggiore impegno, e nel 1633 la regina Enrichetta Maria (moglie di Carlo I) recitò a corte in un dramma suscitando un certo scandalo fra i benpensanti (era la prima volta che una donna calcava le scene). Nel 1640 scoppiò la guerra civile, nel corso della quale il parlamento decretò la chiusura dei teatri (1642). Dopo la restaurazione monarchica (1660), alla ripresa della vita teatrale, primi interpreti e maestri delle nuove leve furono i vecchi attori, che avevano esordito come choirboys (coristi). Il repertorio era costituito, fino al 1680, dalla ‘tragedia eroica’ che, fortemente indebitata agli autori francesi e spagnoli, ed ambientata in luoghi esotici, privilegiava storie incentrate sulla tormentata scelta tra l’amore e l’onore.

  • DALL'ETÀ MODERNA AL CONTEMPORANEO – Inghilterra ('700)
    Un grande attore Shakespeariano: David Garrick
    recitazione con colori differenti, ma essenziale

    Verso la metà del XVIII secolo, lo stile di recitazione della tragedia, divenuto da tempo monotono e retorico, fu riformato da David Garrick (vedi immagine a pagina 09), profondo conoscitore e grande interprete di Shakespeare. Negli stessi anni, in molte città si costituirono nuovi teatri, chiamati Theatre Royal, dove le compagnie girovaghe, fino allora costrette a recitare in luoghi di fortuna, ebbero sedi adeguate, cosa che produsse un netto miglioramento degli spettacoli. In teatri di provincia iniziarono la carriera attori quali Mrs. Siddons, John Philip Kemble, Edmund Kean.

  • DALL'ETÀ MODERNA AL CONTEMPORANEO – Inghilterra ('800)
    Le stock-companies, e lo knight Henry Irving
    colori vocali diversi, ma recitazione manierista

    Nei primi anni dell’Ottocento, i Theatre Royal costituirono proprie compagnie stabili, le stock-companies, ma presto il diffondersi delle ferrovie consentì lo spostamento di interi complessi dalla capitale alle città di provincia; ciò portò alla decadenza delle stock-companies, di solito di un livello assai modesto. Cadevano frattanto tutte le prevenzioni che per secoli si erano avute nei confronti degli attori. Tale mutamento in seno alla società riceveva una sanzione ufficiale dalla regina Vittoria (dinatia Hannover), che elevò al rango di knight (cavaliere) l’attore Henry Irving (vedi immagine a pagina 07).

  • DALL'ETÀ MODERNA AL CONTEMPORANEO – Inghilterra ('900)
    L'Old Vic e le rappresentazioni dei grandi classici
    attori shakespeariani di livello

    La prima guerra mondiale portò notevoli cambiamenti. Si impose la figura dell’impresario come operatore commerciale, orientato alla produzione di spettacoli che, attraverso molte repliche, permettessero un ampio sfruttamento del capitale investito. L’avvenimento più significativo d quegli anni, fu comunque l’imporsi dell’Old Vic (Royal Victoria) che realizzò le più importanti produzioni dei classici inglesi. Durante questo periodo emersero diversi attori di grande rilievo. Tra tutti il più importante fu John Gielgud che, tra il 1937 e il 1938 prese in affitto il Queens Theatre, riunì una compagnia composta da Peggy Ashcroft, Michael Redgrave e Alec Guinness, e mise in scena un repertorio di classici. Mentre, tra i giovani attori cominciarono a imporsi Laurence Olivier, Ralph Richardson e Anthony Quayle.

  • DALL'ETÀ MODERNA AL CONTEMPORANEO – Germania ('400-'500)
    I Fastnachtspiel e le compagnie girovaghe
    passaggio degli spettacoli carnascialeschi dai giullari agli attori dilettanti

    Nel corso del XV e XVI secolo la cura dei tradizionali spettacoli carnascialeschi, i Fastnachtspiel, fino allora monopolio dei giullari, fu assunta dagli attori dilettanti delle corporazioni artigiane. Eccellevano in queste rappresentazioni i Meistersinger di Norimberga e i Zilkerbrüder di Lubecca. Studenti e umanisti recitavano invece, in scuole e università, antiche opere teatrali e opere moderne d’imitazione classica. A fine Cinquecento le rappresentazioni studentesche ebbero eccezionale fioritura soprattutto nelle scuole dei gesuiti, che consideravano il teatro un’importante strumento educativo. Negli stessi anni, sull’esempio dei complessi nomadi stranieri apparsi in territorio tedesco, si formarono le prime compagnie girovaghe di professionisti.

  • DALL'ETÀ MODERNA AL CONTEMPORANEO – Germania ('600)
    Il Prinzipal o Komödienmeister
    gli attori delle compagnie di giro e quelli di corte

    Le compagnie girovaghe di professionisti, già numerose nei primi decenni del Seicento, erano guidate da un capocomico, il Prinzipal o Komödienmeister, che era proprietario della dotazione, comprendevano anche donne ed erano formate per lo più da studenti ed ex ecclesiastici. Nonostante il buon livello raggiunto, gli attori girovaghi godevano di scarsa reputazione sociale e potevano recitare nelle diverse piazze solo con l’autorizzazione dei signori del luogo; questi ultimi, poi, si ripagavano del benigno assenso imponendo pesanti tasse agli attori. In condizioni migliori si trovavano le poche compagnie stabili presso qualche corte: qui gli attori conducevano una vita decorosa ed era loro possibile raggiungere un buon livello artistico.

  • DALL'ETÀ MODERNA AL CONTEMPORANEO – Germania ('700)
    La riforma di Friederike Neuberin, e Goethe a Weimar
    rappresentazione ideale della natura; recitazione di vero e bello insieme

    Nel Settecento la riforma delle compagnie nomadi operata da Friederike Neuberin elevò il prestigio sociale degli attori e rese possibile, dopo la metà del secolo, la costituzione di teatri stabili in numerose città tedesche quali Lipsia, Monaco, Gotha, Mannheim, Lubecca, Berlino e Weimar; quest’ultima divenne, grazie all’opera di Goethe, il più importante centro teatrale e culturale della Germania. Per Goethe compito dell’attore era “non solo imitare la natura, ma anche rappresentarla idealmente, unendo così nella recitazione il vero con il bello”. Goethe fu uno dei primissimi direttori di spettacolo a far recitare gli attori non nei costumi fastosi degli ambienti cortigiani, bensì in quelli richiesti dal testo. Le sue rappresentazioni furono l’esempio di un complesso che operò realizzando sintesi storico-costumistico-ambientali di eccezionale rigore.

  • DALL'ETÀ MODERNA AL CONTEMPORANEO – Germania ('800)
    La Genossenschaft Deutscher Bühnenangehöriger
    le organizzazioni sindali a tutela dell’attore

    Nell’Ottocento accanto ai teatri fondati nel secolo precedente se ne svilupparono altri privati a gestione azionaria, che contribuirono a migliorare le condizioni di lavoro degli attori. Nascevano intanto anche le prime organizzazioni sindacali, fra le quali la Genossenschaft Deutscher Bühnenangehöriger, fondata nel 1871 e tuttora operante.

  • DALL'ETÀ MODERNA AL CONTEMPORANEO – Germania ('900)
    Piscator e Reinhardt; Brecht e la compagnia del Berliner Ensamble
    gli attori del ‘teatro epico’, e la ‘distanziazione’ dal personaggio

    Durante la Repubblica di Weimar (1919-33) sorge in Germania un teatro impegnato sui temi delle lotte sociali e politiche del paese. In questa realtà, Erwin Piscator, (regista) tornato dal fronte, fonda a Berlino il Ploretarisches Theater (Teatro Proletario – 1920), per allestire testi russi e tedeschi ispirati al marxismo. L’iniziativa, combattuta dalla censura, si conclude nella primavera del 1921. Più avanti, agli adattamenti voluti da Piscator e al teatro Espressionista di Max Reinhardt, collabora il giovane Bertolt Brecht, successivamente esiliato, a causa della presa del potere dei nazisti di Hitler. Nel 1948, il drammaturgo, torna a Berlino-Est per la direzione del Berliner Ensemble, in cui allestisce testi propri e di autori classici e moderni, nei modi del ‘teatro epico’, grazie alla disponibilità di molti attori del teatro stesso, che ricevono una retribuzione statale. La compagnia del Berliner Ensemble, raggiunge i palcoscenici internazionali, e, sia dal punto di vista gestionale che artistico, viene considerata la miglior compagnia professionale del periodo.

  • DAL MEDIOEVO ALL'ETÀ MODERNA – Russia (medioevo-'600)
    Gli skomorochi medievali, e le prime rappresentazioni sacre per lo zar
    gli attori ‘giullari’ e gli ecclesiastici

    Per secoli, dal medioevo fin oltre la metà del Seicento, in assenza di una letteratura drammatica vera e propria, gli unici attori, o meglio, gli unici uomini di spettacolo russi, furono gli skomorochi (giocolieri, burattinai, domatori, interpreti di scene farsesche, ecc.). Al 1672 si può far risalire la prima rappresentazione teatrale e il merito di essa va allo zar Aleksej Michajlovič. Lo zar, dopo aver invano interpellato attori stranieri perché recitassero a corte, incaricò il pastore tedesco Johann Gregori, residente a Mosca, di scrivere una commedia sul tema biblico di Ester e di curarne la rappresentazione; gli attori furono giovani stranieri ospiti nella capitale.

  • DALL'ETÀ MODERNA AL CONTEMPORANEO – Russia (‘700)
    Fedör Grigor’evič Volkov, e le compagnie di filodrammatici
    gli attori moderni e i narodnye teatry

    Dal 1702 al 1740 circa, recitarono a Mosca numerose compagnie straniere (tedesche in maggioranza, ma anche una compagnia italiana e una francese); e negli stessi anni compagnie russe di filodrammatici, di solito impiegati e studenti, presero a recitare, soprattutto in periodo natalizio, commedie e drammi tratti da romanzi popolari. Una di queste compagnie, diretta da Fedör Grigor’evič Volkov, raggiunse un buon livello d’arte e fu chiamata a recitare a corte; dalle sue file uscirono i primi moderni attori professionisti russi, tra cui, Ivan Dmitrevskij. Nel 1765 si aprirono a Mosca e a Pietroburgo teatri popolari, i narodnye teatry, tenuti sotto severo controllo dalla polizia. Pochi anni dopo, il timore di disordini, consigliò il governo di interrompere simili imprese.

  • DALL'ETÀ MODERNA AL CONTEMPORANEO – Russia (‘800)
    I teatri imperiali, e le compagnie di giro
    gli attori professionisti e i dilettanti dei teatri-club
    Verso la seconda metà dell’Ottocento esistevano, all’incirca, tre grandi categorie: gli attori che recitavano nei teatri imperiali, ben pagati e abbastanza inseriti nel contesto sociale; gli attori delle compagnie girovaghe, sfruttati da impresari ignari d’arte e guardati con sospetto dalle autorità; e, infine, gli attori semiprofessionisti o dilettanti che recitavano negli innumerevoli teatrini-club della capitale in attesa di raggiungere i palcoscenici dei teatri maggiori.

  • DALL'ETÀ MODERNA AL CONTEMPORANEO – Russia (‘900)
    Stanislavskij e il suo metodo di formazione dell’attore
    il lavoro dell’attore su: personaggio, affettività, interpretazione
    Col Novecento si inaugura il teatro di regia, di cui, Konstantin Stanislavskij è uno dei massimi esponenti, sia per i magistrali allestimenti d’innumerevoli opere classiche, sia per le regie di testi dei nuovi autori. Co-fondatore con Dacenko del Teatro d’Arte di Mosca, operante in varie città, dal ’22 al ’24 compie, con la compagnia, una trionfale tournée in USA. Dopo la Rivoluzione, Stanislavskij volge il suo impegno soprattutto nella direzione dei teatri-studio e nella formazione di giovani attori, impegno teorizzato in opere illuminanti, quali: La mia vita nell’arte (1924), Il lavoro dell’attore su se stesso (1937). Il suo ‘metodo di formazione dell’attore’ si sviluppa in quattro fasi: individuazione delle operazioni interiori del personaggio; ricerca delle affinità/incompatibilità fra attore e personaggio; ricostruzione della vita affettiva-intellettuale-fisica del personaggio; fantasia dell’attore per definire la linea interpretativa, colmando lacune esistenti fra se stesso e il personaggio.

 

La presente catalogazione riguardante il mestiere d’attore, è tratta da alcuni dei testi riportati in bibliografia.

 


BIBLIOGRAFIA
Sull'Attore
in ordine alfabetico

AAVV
VITTORIO GASSMAN: L’ULTIMO MATTATORE
a cura di Fabrizio Deriu
1999, Marsilio, Venezia

AAVV
ENCICLOPEDIA DELLO SPETTACOLO
cinema, teatro, balletto, tv
1983, Garzanti, Milano

AAVV
ENCICLOPEDIA DELLO SPETTACOLO
1954, Le Maschere, Roma

AAVV
L’ARTE DELL’ATTORE
a cura di Luigi Chiarini e Umberto Barbaro
1950, Bianco e Nero, Roma
- Appendice, Chiarini: L’attore teatrale e l’attore cinematografico
- Appendice, Barbaro: L’attore creatore

Aristotele
POETICA
2011, BUR Classici greci e latini, Milano
traduzione confrontata con:
Aristotele
POETICA
1984, Laterza, Bari

Antonin Artaud
IL TEATRO E IL SUO DOPPIO con altri scritti teatrali
a cura di Gian Renzo Morteo e Guido Neri
prefazione di Jacques Derrida
2000, Einaudi, Torino

Matilde Battistini
SIMBOLI E ALLEGORIE
tratto da: I DIZIONARI DELL’ARTE
a cura di Stefano Zuffi
2002, Electa, Milano

Sebastian Brant
LA NAVE DEI FOLLI
con incisioni di Albrecht Dürer
1984, Spirali Edizioni, Milano
- Trionfo dei vecchi Matti
- Trionfo prender spunto dai Matti
- Trionfo della Danza

John Russell Brown
STORIA DEL TEATRO
presentazione, di Nicola Savarese
introduzione, di John Russell Brown
1998, Il Mulino, Bologna
- Parte I – I primi teatri
Il teatro greco, di Oliver Taplin
Il teatro nell’Europa romana e cristiana, di David Wiles
- Parte II – Il teatro in Europa dal Rinascimento al 1700
Il teatro del Rinascimento in Italia, di Louise George Clubb
Il teatro del Rinascimento in Spagna, di Victor Dixon
Il teatro del Rinascimento e della Restaurazione in Inghilterra, di Peter Thomson
Il teatro del Rinascimento e del Neoclassicismo in Francia, di William D. Howarth
- Parte III – I teatri Europei e Occidentali dal 1700 al 1970
Il teatro del XVIII secolo, di Peter Holland e Michael Patterson
Il teatro del XIX secolo, di Michael R. Booth
Il teatro moderno (1890-1920), di Martin Esslin
Il teatro dopo le due guerre mondiali, di Christopher Innes
- Parte IV – I teatri del mondo
Il teatro dopo il 1970, di John Russell Brown

Bertolt Brecht
SCRITTI TEATRALI
1975, Einaudi, Torino
- Volume 1
Teoria e tecnica dello spettacolo – 1918/42
In particolare: Note provvisorie per gente di mestiere
- Volume 2
L’acquisto dell’ottone
Breviario di estetica teatrale e altre riflessioni – 1937/56
In particolare: Stanislavskij e Brecht
Che cosa si può imparare, tra l’altro, dal teatro di Stanislavskij:
Il senso di responsabilità di fronte alla società
Impegno di verità
Accordo fra naturalezza e stile
Importanza dell’uomo
- Volume 3
Note ai drammi e alle regie
In particolare: Il punto di vista estetico (da una premessa a ‘Un uomo è un uomo’)

Oscar G. Brockett
STORIA DEL TEATRO
1988, Marsilio, Venezia
- Il teatro Greco e Romano
- Il teatro in Oriente e in Occidente nel Medioevo
- Il teatro Italiano dall’Umanesimo al Seicento
- Il teatro Inglese dal Medioevo al 1642
- Il teatro Spagnolo dal medioevo al seicento
- Il teatro Francese nel Cinquecento e nel Seicento
- Il teatro Inglese dal 1642 alla fine del Settecento
- Il teatro del Settecento in Italia e in Francia
- Il teatro del Settecento in: Germania, Russia e nell’Europa settentrionale
- Il teatro dell’Ottocento
- La nascita del teatro contemporaneo: il teatro tra le due guerre
- Il teatro in Europa e negli Stati Uniti dal 1945 al 1968
- Il teatro dopo il 1968

Claudia Contin
VIAGGIO DI UN ATTORE NELLA COMMEDIA DELL’ARTE
estratto da: PROVE DI DRAMMATURGIA
rivista di inchieste teatrali – anno I, numero 1/2, settembre 1995
CIMES – Centro Interdipartimentale di Musica e Spettacolo
Università degli Studi di Bologna
1995, Edizioni Carattere, Bologna
si vedano nello specifico gli interventi su:
- Rapporti con la storia
- L’arlecchino di Ferruccio Soleri
- L’arlecchino dell’allievo diretto: Enrico Bonavera
- Il brighella di Renzo Fabris
- Il pantalone di Tommaso Todesca
- La maschera e il lavoro sui respiri
- Un teatro di gesti ‘all’italiana’

Federico Doglio
STORIA DEL TEATRO
1990, Garzanti, Milano
- VOLUME I – Greci e Romani, di Umberto Albini e Gianna Petrone
La scena, gli attori, il pubblico, le occasioni
Le macchine teatrali, le tecniche di recitazione
Il rapporto con i modelli, i generi letterari
Gli autori e i testi: da Eschilo a Menandro, da Livio Andronico a Seneca 
- VOLUME II – Dall’Impero Romano all’Umanesimo, di Federico Doglio
L’eredità del teatro antico
Lo spettacolo medievale
Il teatro umanistico
- VOLUME III – Il Cinquecento e il Seicento, di Federico Doglio
Il teatro italiano
Gli elisabettiani
Il ‘Siglo de oro’
Corneille, Molière, Racine
I tedeschi
- Volume IV – Dal Barocco al Simbolismo, di Federico Doglio
L’illuminismo
Il romanticismo
Il realismo
- Volume V – Il novecento in Europa e il teatro americano, di F. Doglio
Da G.B. Shaw a Grotowski
USA: dalle rappresentazioni del periodo coloniale a Shepard e Mamet

Catherine Douël Dell’Angola
STREHLER E BRECHT
L’anima buona di Sezuan – 1981: Studio di regia
1994, Bulzoni Editore, Roma

Vittorio Gassman
INTERVISTA SUL TEATRO
a cura di Luciano Lucignani
2002, Sellerio, Palermo

Mel Gordon
IL SISTEMA DI STANISLAVSKIJ
dagli esperimenti del Teatro d’Arte alle tecniche dell’Actors Studio
1992, Marsilio, Venezia

Carlo Gozzi
FIABE TEATRALI
testo, traduzione e commento, a cura di Paolo Bosisio
1984, Bulzoni Editore, Roma

Pierre Grimal
ENCICLOPEDIA DEI MITI
edizione italiana a cura di Carlo Cordié
con prefazione di Charles Picard
1990, Garzanti, Brescia

Gubrynowicza Lwow
CONVERSAZIONI DI TEATRO: MAX REINHARDT
in: LA LETTURA
rivista mensile del Corriere della Sera, anno XXXII – nr. 10
1° ottobre 1932, Corriere della Sera, Milano

Arnaldo Momo
BRECHT, ARTAUD E LE AVANGUARDIE TEATRALI
teatro divertimento, teatro gioco
1979, Marsilio, Venezia

Orazio Flacco
SATIRE, EPISTOLE, ARTE POETICA
edizione critica e traduzione a cura di Domenico Bo
1956, Istituto Editoriale Italiano, Milano
traduzione confrontata con:
Orazio Flacco
LE EPISTOLE E L’ARTE POETICA
spiegate e recate in rime italiane da Camillo Toriglioni
1838, Co’ Tipi di Giuseppe Antonelli, Venezia
- Libro UNO - AI PISANI - Parte I: talento, padri, vati
- Libro UNO - AI PISANI - Parte II: campagna, faconda
- Libro UNO - AI PISANI - Parte III: e fiacca, li cela, e i dolci

Doretta Panizzut
COMPAGNIE DELLA CALZA
1994, Centro Internazionale della Grafica di Venezia

Konstantin Stanislavskij
IL LAVORO DELL’ATTORE
a cura di Gerardo Guerrieri
1968, Laterza, Bari
- Volume 1: Il metodo per attuare i sentimenti
- Volume 2: Il metodo per creare i personaggi

Ludovico Zorzi
L’ATTORE, LA COMMEDIA, IL DRAMMATURGO
1990, Einaudi, Torino
I - Il teatro dell’attore
II - Verso la commedia
III - Introno alla Commedia dell’Arte
III - La maschera di Arlecchino: sui caratteri generali del fenomeno
IV - Verso il drammaturgo: Goldoni: persistenza dei ‘modi dell’Arte’ nel testo goldoniano

 

La bibliografia sopra riportata, da considerarsi essenziale, è soltanto un piccolo contributo di riferimento, rispetto alla vastità di testi e scritture sul teatro, la sua storia, il mestiere d’attore, e le conseguenti e inevitabili evoluzioni stilistiche.