2012
commedia fantastica in atto unico
di Gloria Deandrea

 

 

Sinossi
La vicenda si svolge in diversi periodi storici, e narra delle distinte situazioni politico/sociali che si creano nel contesto risultante dalla divisione dell'Impero Romano d'Oriente e d'Occidente, evidenziando le sempre più gravi lacerazioni tra Greci e Latini, con un'attenzione particolare alla potenza marittima crescente della Repubblica di Venezia. Tali avvenimenti ruotano intorno alla statua dei Tetrarchi, collocata in piazza San Marco in epoca Medievale, e presumibilmente portata nella città in seguito al sacco di Costantinopoli del 1204, su cui sono state avanzate tra le più interessanti leggende popolari, oltre agli studi approfonditi di illustri storici, riguardanti sia la provenienza, che la composizione, che la raffigurazione di personaggi nobili, realmente esistiti, nonché committenti della scultura medesima.
La vicenda è fortemente legata a un periodo storico sia caotico, che autoritario, e vuole porre in evidenza gli avvenimenti legati alla conquista di Costantinopoli, ultimo baluardo della cristianità d'Oriente, per mano dei cavalieri della Croce, compiuta dagli stessi, con ideali cavallereschi. Tali cavalieri, per il trasporto navale dei loro eserciti, si legano alla figura carismatica del doge di Venezia, Enrico Dandolo, il quale, grazie all'attenuante della IV crociata indetta da papa Innocenzo III, sarà il vero e indiscusso governatore degli eventi, a cui è attribuita, dalla leggenda popolare, l'appartenenza di una delle figure dei Tetrarchi, con gli altri cavalieri, uniti tra loro per mezzo dell'evidente abbraccio.
Grazie alla scena Intermezzo, legante gli avvenimenti, viene narrata successivamente un'altra identità: i quattro figli dell'Imperatore dei Romani d'Oriente, Giovanni II Comneno. In questo caso specifico, alla leggenda popolare decisamente azzardata, si è preferito narrare i fatti storici realmente accaduti, per diverse ragioni, di cui, la più rilevante, data dall'antagonismo evidente tra le figure di Dandolo e di Manuele Comneno, succeduto a Giovanni II al governo dell'Impero; nello stesso periodo, il veneziano, risponde all'incarico di bailo di Venezia a Costantinopoli. Per tali riflessioni, i fatti riportati tramite i personaggi reali, rispondono alla documentazione storica esistente, anche se limitata, o narrata direttamente dai cronisti, quindi poco obiettiva, o legata alla scrittura leggendaria, è stato possibile reperire materiale a sufficienza per costruire la vicenda sopra citata, riportando comunque il punto di vista dei singoli personaggi, che nella maggior parte dei casi, sono costruiti caratterialmente tramite i loro stessi pensieri.
NB Il racconto sopra descritto appartiene al genere commedia. È importante porre in evidenza il fatto che, nella lingua italiana, la parola commedia è sinonimo di dramma, ovvero l'una è parte integrante dell'altra e viceversa. Ciò significa che, per una buona riuscita della pièce, gli attori sono tenuti a mantenere linguaggio e gestualità leggeri, utilizzando le loro capacità ironiche, graffianti e canzonatorie, necessarie a sostenere temi estremamente densi, tipici di un periodo storico piuttosto caotico.

 


Personaggi
Ruolo in ordine di apparizione
Ruolo doppio

Enrico Dandolo Doge di Venezia
Andronico Comneno fratello dell'Imperatore Romano d'Oriente

Bonifacio
 Marchese di Monferrato
Alessio Comneno primogenito, erede al trono d'Oriente

Baldovino
 Conte di Fiandra
Manuele Comneno Imperatore Romano d'Oriente

Goffredo
 di Villhardouin
Isacco Comneno fratello dell'Imperatore Romano d'Oriente

 


Descrizione scena
Lo spazio è determinato dal vuoto del palcoscenico.
I diversi ambienti che compongono le scene, individuati dai distinti spostamenti delle figure agenti in scena, sono rappresentati visivamente in modo astratto, comunque accessibile al pubblico con immediatezza, attraverso elementi scenici in uso.
Per una buona comprensione del testo, valorizzato dagli attori, si rende perciò necessario utilizzare tali elementi, di supporto agli attori medesimi, e non di ostacolo. Questi materiali si distinguono in:

  • croci (latina e greca), di forte valore simbolico, proiettate sul fondale neutro attraverso l'impianto d'illuminazione, utili per l'identificazione cristiana differente dei gruppi, anche a seconda del loro tempo storico
  • gelatine di colori differenti fissate su proiettori
  • oggetti di scena mobili e mai fissi, in modo da essere gestiti direttamente dall'attore, che dovrà trattare tali oggetti come elementi di potenziamento alle proprie capacità gestuali
  • è possibile inserire, inoltre, cartelli con scritte o parole efficaci, di sostegno al testo e alla scena, sempre gestiti dall'attore – es. nell'ultima scena, quando il gruppo di attori si pietrifica assumendo la posizione della statua, uno di questi può porre ai piedi di tutti un cartello con la scritta (tale incisione, con caratteri gotici, compare realmente sotto al basamento della scultura collocata a San Marco):

L'OM PO FAR E DIE IN PENSAR
ELEGA QUELO CHE LI PO INCHONTRAR
PRIMA DI FARE E DIRE PENSA
A QUEL CHE PUÒ SEGUIRE
 
La scena sopra indicata è pensata per potenziare il lavoro dell'attore, che non può essere compromesso da ambienti fastosi o barocchi, indicativi di altre forme teatrali. A tal proposito è importante porre in evidenza il fatto che la scena è, e dev'essere sempre di supporto all'attore, il quale saprà porre, nel modo più consono, l'attenzione sul testo teatrale, grazie all'uso appropriato della parola e del gesto.

 


Descrizione costumi
I costumi sono neutri; possibilmente monocromatici.
In sostituzione ai costumi di scena tradizionali, storici in questo caso specifico, ciò che determina visivamente ogni personaggio è l'accessorio; con particolare attenzione al coprica-po e al paludamento, e alla loro naturale evoluzione dal IV secolo dC – Impero Romano d'Oriente e d'Occidente – al XIII secolo – Repubblica Veneziana/Costantinopoli (periodo temporale in cui si svolgono le vicende).
NB Il trucco dell'attore, inclusa l'attenzione alla capigliatura, è rilevante al completamento di ogni personalità presente in scena. Può essere sostituito o integrato con maschere stilizzate, a croce latina, per i cavalieri della Croce, e a croce greca, per i bizantini.
NB È importante porre in evidenza il fatto che, il racconto descritto, appartiene al genere commedia, sinonimo di dramma. Ciò significa che, a maggior ragione, gli attori si devono relazionare con personaggi di duplice caratterizzazione, trattandoli con la leggerezza della comicità, dettata dall'ironia, che si amalgama ad ambientazioni e fatti drammatici; doppia lettura, necessaria alla riuscita della pièce.

 


Scena A1. LATINI
Enrico Dandolo e i tre principi crociati

1201-02, Venezia.
Si trovano già presenti in scena, in posizione statica, senza però assumere la posa caratteristica dei Tetrarchi, da un lato, i tre principi crociati: Bonifacio di Monferrato, Baldovino di Fiandra e Goffredo di Villehardouin; e dall'altro, in solitudine, Enrico Dandolo, doge di Venezia.
NB I principi vestono un paludamento con croce latina, mentre Dandolo indossa il manto di porpora e il corno ducale, simboli riconoscibili del doge.
NB Dandolo (±94 anni) è cieco, quindi presenta movimenti legati a questo handicap, flemmatici perché anziano, ma energici; parla con chiarezza. I principi, molto più giovani del vegliardo, si muovono dinamicamente, rivolgendosi a lui con profondo rispetto.

Bonifacio Signore di Venezia, la vostra grande fama ci manda a Voi. (con registro poetico) Noi, umili servitori, qui riuniti, dinnanzi all'uomo che modellò il carattere del cuore a quello delle idee dell'intelletto, colui che fece oggetto degli studi suoi la militare e civil ragione, colui che si sforzò di convertire le idee in sentimenti, di proporzionare le forze ai desideri, i mezzi al fine. La figura a capo della potentissima Repubblica di Venezia… (prende fiato per ricominciare gli elogi, ma viene interrotto dal doge)
Dandolo …Messer Cavaliero, in seguito a cotanto sentimento elargito nei miei riguardi; ebbene, presentatevi.
Baldovino Sire, (con un inchino avanza di un passo) Baldovino, conte di Fiandra e di Hainaut, e i qui presenti monsignori… (rivolgendosi a Bonifacio)
Bonifacio (prontamente, interrompe Baldovino) …Bonifacio, marchese di Monferrato, che ringrazia per l'intervento il qui partecipe conte, ma può provvedere di sua lena alla singola presentazione (si inchina; riprende con registro poetico). Sire, duce della gloriosa Repubblica di San Marco, Voi, superiore ad ogni uomo perché assennato, privo di basse passioni, stimato dai nobili, favorito dai prodi, adorato dagli umili. Sire, abbiate compassione delle nostre figure di cavalieri al servizio di Dio. Prestate ascolto alle nostre richieste d'aiuto per la riconquista della Terra Santa, e le nostre preghiere saranno rivolte a Voi e alla vostra potente Repubblica, in eterno (pausa; osserva Baldovino) …oltre a quelle consuete e regolari a Domeneddio.
Goffredo Sire (inchino), Goffredo di Villehardouin. Noi siamo venuti da Voi, mandati dai grandi baroni di Francia che si sono Croce segnati per riconquistare Gerusalemme, se Dio vorrà. E siccome nessun popolo ha una potenza maggiore della vostra per aiutare quest'impresa, essi vi pregano di aver pietà della Terra Santa d'oltremare, invocandovi di fare tutto il possibile per la fornitura di navi da trasporto e da guerra.
Baldovino Sire, Noi cavalieri della Croce, abbiamo accolto la richiesta di papa Innocenzo, che bandì la IV crociata nell'anno del Signore 1198. Coscienti dei nostri doveri, abbiamo abbracciato il nobile ideale del Santo Padre, e il suo fervente e alto pensiero di veder riunite, sotto il suo pontificato, le due Chiese della Cristianità, la Latina e la Greca, quest'ultima finalmente liberata dagli infedeli. Vi raccomandiamo le nostre richieste, per ricevere l'aiuto necessario a sostenere l'impresa. Noi ci rimettiamo a Voi.
Cavalieri (tutti s'inchinano davanti al doge, contemporaneamente)
Dandolo (riprende dopo qualche istante di silenzio) Ecco ciò che abbiamo deciso di fare se otterremo l'approvazione del nostro Gran Consiglio e del popolo, e se Voi deciderete che potete farlo, o soffrirlo. (i cavalieri si rialzano) Noi, e tutte queste convenzioni che vi spieghiamo, le manterremo per un anno, dal giorno in cui partiremo da Venezia per fare il servizio di Dio e della Cristianità in qualunque luogo. Ed ecco quello che faremo di più; metteremo cinquanta galere armate, senza spesa pei baroni e per l'amor di Dio, a patto che per tutta la durata della nostra associazione, Noi avremo la metà e Voi l'altra di tutte le conquiste che faremo in terre o in denaro. Or dunque consultatevi se potete farlo, o soffrirlo.
Cavalieri (raggruppati, bisbigliano parole incomprensibili, sovrapposte, in crescendo; poi, unitamente) Così sia, se Dio vorrà!
Dandolo (sorriso del doge) Navi ed uscieri saranno pronte il dì di San Pietro, nell'anno del Signore 1202. Voi ci darete per contro 85.000 marchi d'argento alla valuta di Colonia, qual si usa nella nostra terra. Di essa somma 15.000 marchi li pagherete alle calende d'agosto, 10.000 il dì d'Ognissanti, 10.000 alla Purificazione della Beata Vergine, e per l'aprile dell'anno su nominato sborsar ci dovrete gli altri 50.000. E pel detto mese avrete le vostre forze raccolte per il passaggio ad Oriente. (avanza le braccia verso i Crociati, che rispondono al suo cenno; 4 pugni uniti, a braccio teso) E questo trattato ci leghi Noi a trattar bene Voi, e Voi a trattar bene Noi, e siano divise in metà fra Noi e Voi le future conquiste. (si 'scrociano' le braccia) Or dunque consultatevi col papa, se potete farlo, o soffrirlo.
Cavalieri (con inchino, si congedano e dispongono in posizione statica; fermo-scena)
Dandolo (solo) S'io fossi uomo privato bramerei terminare il corso della mia vita, già ormai lunga e afflitta da cecità, in compagnia di sì prodi cavalieri, per sostener causa tanto bella e santa. Libero da vincoli, assolto dalle funzioni, onorato dal lavoro svolto in questi anni. (imperativo) Ma son uomo pubblico. (da qui, parla col plurale maiestatis) E come la nostra gente, figlio del mare. Questo stesso mare percorso più e più volte, già attraversato e battuto pei commerci, la guerra, gli scambi grazie ai quali, e a l'Iddio Nostro, si è fatta grande la Repubblica del Leone. Questo stesso mare condurrà una volta ancora Noi Veneziani fino all'Oriente, con l'aiuto dei cavalieri Latini assai valenti, e per desiderio nostro, non mio, no. Dio è testimone. Che affligga condanna al doge, ai consiglieri, ai popolani tutti; che biasimi una nazione intera ora, qui, se la parola data è falsa. Non per smania o ardore di conquista, piuttosto per affidare de' lo popolo nostro la grande ricchezza, lasciata in custodia al monsignor doge, vigilante delle sorti de' Veneziani: prodi nella marineria, astuti in mercantìa, energici d'azione, fieri combattenti al grido di "San Marco". L'esser magistrato della Repubblica di Venezia impone la responsabilità alta di conservarne l'onore e tutelarne l'interessi. Quale amor più grande si cela, in ombra, per preservare la rispettabilità della patria, dinnanzi alla luce di Dio.
Cavalieri (si riattivano)
Baldovino Sire, com'è noto, l'educazione militare associata all'uso della ragione vostra sono prive di confini, potete perciò comprendere appieno le complessità di svolgimento dei preparativi all'impresa. Non abbiamo raggiunto la somma pattuita nel trattato, e precaria rimane comunque la posizione dei Cristiani d'oltremare, che possono contare solo sulle proprie forze, evidentemente scarse, chiedendoci aiuto. È necessario un intervento poderoso contro gli infedeli, e in questo, papa Innocenzo offre il suo sostegno.
Goffredo Inoltre, Sire, il papa è a conoscenza della grande ricchezza e potenza della Repubblica di Venezia, e, anche se non loda le tendenze oligarchiche del governo de' li Veneti, ha dichiarato che approverebbe il trattato… a una condizione.
Dandolo (prontamente) Quale?
Baldovino Che Veneziani e Crociati mantengano la promessa solenne di non rivolgere le armi contro genti cristiane, salvo nel caso unico, che tali genti cercassero di impedire la Crociata…
Goffredo …o per qualche altra giusta ragione, tale riconosciuta dal legato pontificio, cui si deve chiedere il permesso prima di agire.
Dandolo (dopo qualche istante di silenzio; riprende vigoroso) Con siffatta limitazione Noi Veneziani non sappiamo che farne dell'approvazione del pontefice. E senza denari non è possibile intraprendere l'impresa. Or dunque consultatevi se potete farlo, o soffrirlo.
Bonifacio (interviene, rassicurante) Signore di Venezia, Signori cavalieri, son stato, or non è molto, in Germania, alla corte del monsignor l'Imperatore Filippo di Svevia, dove ho veduto un giovinetto, fratello di sua moglie. Questo giovinetto è figlio dell'Imperatore Isacco di Costantinopoli, al quale suo fratello ha tolto, a torto, l'Impero.
Baldovino Ha tolto?
Bonifacio A torto. Il tiranno ha spogliato della veste imperiale l'Imperatore Isacco, suo fratello, ch'è stato mutilato e abbacinato per ordine di lui. L'usurpatore, poi, impadronitosi dell'Imperio ha fatto rinchiudere il giovinetto Alessio, che, per volontà di Dio, è riuscito nell'impresa della fuga, rifugiandosi dalla sorella in Germania, alla corte dell'Imperatore Filippo. Chiunque potesse averlo seco, potrebbe bene andare nella terra di Costantinopoli e prendervi alimenti e altre cose, perché il giovinetto ne è l'erede legittimo.
Dandolo A tal riguardo, Signori, havvi in Grecia una terra assai ricca e feconda d'ogni bene. Se potessimo avere un'occasione ragionevole d'andarvi e prendere nel paese dei viveri e tutto il resto finché saremo ben ristorati, mi sembrerebbe una cosa consigliabile, e poi potremmo ben andare oltremare. (assume posizione statica, con Baldovino e Bonifacio)
Goffredo (si sposta in proscenio; al pubblico, con registro narrativo) E i baroni della terra trattarono patti col doge, col marchese, e col conte di Fiandra. E rimasero di prendere il detto Alessio giovane, per loro Imperadore. Così fu deciso e così fu fatto. Nell'anno del Signore 1202, la flotta parte da Venezia, gettando l'ancora nel porto di Zara il decimo giorno di novembre. Due settimane dopo, la città fornisce viveri a li cavalieri della Croce, sostenuti dal Dio Onnipotente, e dalla lettera del pontefice, (estrae la lettera) giunta con tempestività.
Baldovino Una lettera dal Santo Padre!
Bonifacio (spostandosi accanto al doge)
Goffredo (riunendosi al gruppo, inizia a leggerla, con entusiasmo) Papa Innocenzo, perdona (espressione di perplessità al pubblico; perde l'entusiasmo, con gravità) a li soldati di Cristo la presa e il sacco della città di Zara, e ordina la restituzione del bottino. Impone a monsignori d'impegnarsi, con solenne giuramento, a fare ammenda del fallo commesso. Responsabilità del doge di Venezia è l'aver trascinato i cavalieri Crociati, l'esercito della Croce, e i pellegrini tutti, in una guerra sacrilega. Ivi per cui, il doge di Venezia medesimo, co' li Veneziani, sono scomunicati.
Baldovino (seriamente) Scomunicati!?
Bonifacio (leggero, al doge) Scomunicati.
Dandolo (impassibile) Signori cavalieri, la scomunica gravosa di fatto ha colpito la figura del doge soltanto, e di alcune mie genti veneziane che, seppur timorate di Dio, conservano nel proprio cuore la forza necessaria per accettare tale gravosità. Ci affidiamo a voi, cavalieri, col pensiero rivolto a papa Innocenzo, che, quando potrà essere informato dei fatti, nel dettaglio, sicuramente provvederà alla cancellazione di sì grave infamia. Assai più grave per un francese, che per un veneziano, se fosse capitata distinta sorte. Or dunque consultatevi se potete farlo, o soffrirlo.
Bonifacio Signori, cavalieri della Croce, compito assai arduo è toccato a Noi, soldati di Cristo: affrontare i pericoli della spedizione, pregare il pontefice d'avvedersi dalla scomunica inflitta a li Veneziani, riporre sul trono il giovinetto Alessio. I Romani di Grecia rimproverano ai "Latini", come ci chiamano, d'aver inoltrato il piede ne' loro territori. Ma l'Imperio appartiene al nobil giovinetto assiso tra Noi, giunto da qualche giorno a Zara. I motivi della nostra invasione li cerchi il popolo de' Greci nella propria coscienza. Essa risponderà che un fratricida non è un cristiano, un traditore non è un alleato, un usurpatore è nemico d'ogni principe e d'ogni cavaliero.
Goffredo E quand'anche la sorella dell'Imperatore Isacco non fosse legata per sangue al marchese di Monferrato, nostro Signore e duce della Crociata, quand'anche Irene Imperatrice figlia d'Isacco non fosse consorte a Filippo, Cesare d'Occidente e Re dei Romani, nostro dovere di probi cavalieri sarebbe scacciare dalla corona un usurpatore.
Baldovino Scenda dunque il tiranno dal trono d'Oriente, vi salgano Isacco cieco e Alessio giovinetto e noi ci facciamo mallevadori che ad Isacco saranno risparmiate la vita e la sostanza. Se no decidano la contesa le nostre buone spade fiamminghe e la quadrella Veneziana.
Cavalieri E guerra sia!
Dandolo Un'impresa sì grande, necessita prudenza. Dalla nostra abbiamo l'erede legittimo al trono de' Romani, che uomini pavidi hanno allontanato. Ma cosa dobbiamo temere da un greco d'Oriente? Saremo Noi sottomessi alle sue leggi, o rimarrà egli soggetto alle Nostre? Non prestate fede ad occhi villani, il di cui fine massimo è la confusione delle acque. Che scorrano esse limpide e pure, e non dimentichiamo che l'Impero d'Oriente, è un colosso dai piedi di creta.
Bonifacio Sverneremo qui a Zara, per ripartire l'estate prossima, con la flotta, alla volta di Costantinopoli.

 


Scena A2. LATINI
Presa della città di Costantinopoli

1203-04, Costantinopoli.
I cavalieri Crociati e il doge di Venezia si trovano ad assediare la città di Costantinopoli, con esito positivo.
NB Viene qui riportata la questione del sacco delle reliquie sacre, portate a Venezia, insieme ad altri beni preziosi, come ad esempio i Cavalli di Bronzo. Contributo alla crescita del pregiato tesoro di San Marco.

Dandolo Signori, io conosco meglio di Voi la situazione di questo paese, perché vi sono già stato. Voi avete intrapreso l'affare più grande e pericoloso che mai genti abbiano intrapreso; per questo motivo converrà agire saggiamente. Sappiate, se Noi andiamo sulla terra ferma, che il paese è grande e largo, e che i nostri sono poveri e difettano di viveri. Essi, quindi, si sparpaglieranno per la terra in busca di vettovaglie e nel paese vi è molta gente, così Noi non potremmo sorvegliare tutto senza perdita d'uomini, e Noi non abbiamo bisogno di perderne, perché abbiamo assai poca gente per quello che vogliamo fare.
Bonifacio Ma non possiamo restare in mare!
Baldovino Pei vostri marinai, Sire, v'è l'abitudine, ma l'esercito crociato ha necessità di porre piede a terra.
Dandolo Certamente. Toccheremo terra tutti, ma non prima di aver mostrato a quelle genti di Grecia l'erede al trono, il giovinetto Alessio, vivo e liberato dalla prigionia inflittagli dallo zio usurpatore.
Goffredo Sire, lo potremo porre su una galera, nel mezzo, tra Voi e il Marchese Bonifacio, capo della spedizione.
Baldovino E nelle altre galere vi potrebbe entrare ogni barone, ogni cavaliero desideroso di seguire la presentazione.
Dandolo Andando rasenti le mura di Costantinopoli, e mostrando il giovinetto, avremo occasione di spiegare al popolo dei Greci che non siamo venuti per fare del male, ma per custodirli e difenderli, se faranno ciò che devono: riportare il loro Signore naturale sul trono dell'Impero d'Oriente, giacché colui al quale hanno obbedito sinora, come al loro Signore, li tiene a torto e peccato contro Dio e contro la ragione.
Goffredo (al pubblico, con registro narrativo)  Così fu deciso, e così fu fatto. Il doge di Venezia e il marchese di Monferrato rivelarono alla vista dei Greci il giovane principe, ma nessuna di quelle genti se ne diede per inteso, avendo timore dell'Imperatore Alessio. Così ce ne tornammo indietro all'Oste, a progettar l'assalto. (si sposta accanto al conte di Fiandra, sempre al pubblico) Alla vanguardia i fiamminghi del conte Baldovino, coi balestrieri e gli arcadori. (in posa fiero, al pubblico) Poi quattro stuoli di uscieri e di chelandie. (si muove accanto al marchese di Monferrato, sempre al pubblico) Alla retroguardia e in riserva Bonifacio e i suoi Lombardi.
Bonifacio Sul fianco dritto delle onerarie venti galee de' Veneziani, col serenissimo principe loro, Enrico Dandolo, a bordo qual duce supremo.
Rumore (squillo di trombe)
Grido San Marco! (ripetuto)
Rumore (suono delle pale poste in acqua dai Veneziani, per irrompere a voga arrancata nel porto di Costantinopoli)
Baldovino (indica la città) Frombolano massi le catapulte sulle mura.
Goffredo (indica in un'altra direzione) I manganelli lanciano quadrella e verrettoni.
Bonifacio Sputano sassi le cerbottane; ma tutto invano. Ecco, la catena è spezzata.
Goffredo Baldovino e i suoi balestrieri pongon piede a terra!
Dandolo E come Dio volle si fe' la prima breccia.
Bonifacio I Francesi hanno molti feriti e stroppiati. (Baldovino mima il combattimento con la spada dei suoi) In più luoghi i combattenti colpiscono con lance e spade. Il tumulto è sì grande, che terra e mare sembran sprofondare. (al pubblico) E sappiate che le galee non osan prender terra.
Goffredo (agli altri attori e al pubblico, insieme) Ma ora voi potrete udire una prodezza straordinaria: il doge di Venezia, vecchio e privato della vista, tutto armato sulla prua della galera, con davanti il gonfalone di San Marco, grida:
Dandolo …mettetemi a terra, o farò giustizia dei vostri corpi!
Goffredo E la galera prende terra.
Baldovino (si inchina a fianco di Dandolo, prendendogli la mano) E quando i Veneziani vedono il loro Signore doge prender terra, si tengono ciascuno per disonorati, e vanno verso terra.
Bonifacio (si inchina anch'egli a fianco di Dandolo, prendendogli l'altra mano) Quelli degli uscieri ne saltan fuori, e vanno verso terra; quelli delle navi grosse entran nelle barche, e vanno verso terra; a chi fa più in fretta, a chi meglio meglio, tutti, vanno verso terra.
Goffredo Allora, mai, un assalto fu più grande e meraviglioso. E di questo, (si presenta) Goffredo di Villehardouin, fa testimonianza; perché più d'uno venne da me dicendo, con giustezza, che vide il gonfalone di San Marco sopra una torre, e non sapeva chi ve lo portò. (indica Dandolo; poi, al pubblico) Ora udite uno strano miracolo.
Bonifacio (rialzandosi, indicando la città) Quelli di dentro fuggono; sguarniscono le mura. I Veneziani entrano così bene da impadronirsi delle torri, e le armano di loro gente.
Dandolo (a Bonifacio) Prendi un battello; manda messaggeri ai baroni dell'Oste, e fa lor sapere che abbiamo venticinque torri e, in verità, che comprendano bene, non le possiamo riperdere.
Bonifacio (mima il furto di opere, intorno a se, inserendole nel suo mantello/sacco)
Baldovino (si rialza anche lui; con impeto) Sessanta squadroni di cavalli, con a capo l'usurpatore Alessio, stanno assalendo il campo latino.
Dandolo Si corra al soccorso del campo. Che i Veneziani abbandonin le torri e discendan le mura, per respinger l'attacco. Il doge vuole vivere o morire coi pellegrini di Cristo.
Baldovino (mima le gesta da combattente) Il fratricida Alessio dà battaglia ai Francesi.
Goffredo I Veneziani vanno in sostegno.
Baldovino I Francesi guerreggiano.
Bonifacio Il traditore Alessio fugge, e la città si arrende ai prodi Latini.
Tutti (riunione delle figure, e urlo collettivo) Ahaa!
Baldovino In fede mia, e per grazia di Dio, abbiamo fatto bene. Perché siamo andati contro l'Imperatore, che non ha osato di venire alle mani con noi.
Dandolo (cerca il braccio di Baldovino, per una stretta di mano) Per fede nostra abbiamo assaltato duramente. Siamo entrati nella città superando le mura, e messo il fuoco così bene, che molta parte è bruciata.
Goffredo E molte ricchezze perdute.
Bonifacio No.
Luce (cambio d'illuminazione: luce d'intimità sulle reliquie)
Bonifacio Le più importanti son qua. (apre il mantello/sacco a terra, davanti ai Crociati)
Cavalieri (si avvicinano al mantello)
Bonifacio (continua il mimo, sollevando la preziosità) Il miracoloso sangue di Cristo; in un'ampolla.
Baldovino Ampolletta.
Bonifacio Sì, un'ampolla piccola. Non necessita certo un grande vaso, un po' di sangue di Cristo, Nostro Signore.
Dandolo A me.
Cavalieri (donano l'ampolla al doge)
Bonifacio (estrae un altro cimelio: un pezzo della testa di un santo)
Cavalieri (inorriditi) Aha!
Goffredo Qual lezzo!
Bonifacio Il capo di San Giovanni Battista.
Baldovino (con sarcasmo) Capo…
Bonifacio …va bene. Una parte del capo di San Giovanni Battista. (a Goffredo) Che non è decomposta, né maleodorante, perché unta del sacro olio di Dio, Nostro Signore.
Dandolo A me.
Cavalieri (donano la testa al doge)
Bonifacio (estraendo un'altra reliquia) Il braccio di San Giorgio Martire. (osserva i due cavalieri, che però, non commentano) Rimasto intatto perché cosparso del sacro olio di Dio, Nostro Signore.
Dandolo A me.
Cavalieri (donano il braccio al doge)
Bonifacio In conclusione: la croce d'oro massiccio col legno della vera croce di Cristo, Nostro Signore.
Baldovino Sempre sia lodato.
Tutti (facendosi il segno della croce) Sempre.
Bonifacio Portata in battaglia da Costantino Magno, Imperadore di Roma e…
Cavalieri (Baldovino e Goffredo insieme) …Nostro Signore…
Bonifacio (con un gesto negativo della mano) …e Signore del popolo Romano.
Dandolo Questo… a me.
Cavalieri (donano la croce al doge)
Dandolo Le reliquie partiranno per Venezia e saranno poste nella cappella del Santuario.
Bonifacio (al doge) Han ricevuto salvezza dal fuoco, nell'infinita clemenza di Dio, Nostro Signore, anche i corpi di Santa Lucia, Sant'Agata, e San Simone Apostolo, tutti unti col sacro olio.
Dandolo A me.
Bonifacio Quattro cavalli grandi, immensi, di bronzo dorato, opera eccellentissima…
Dandolo (interrompendo il marchese) …ben gittata e netta?
Bonifacio Segue i canoni di bellezza degli antichi, Sire.
Dandolo Ebbene, quest'ultima opra… a me. La spartizione dei tesori è avvenuta, ordunque, potete voialtri, cavalieri assai valenti, provvedere all'organizzazione dell'Imperio. Havvi un giovinetto Imperadore da riporre sul trono Romano d'Oriente.

 

To be continued…

 


APPENDICE
Note sui Personaggi
Scene A – Dandolo e i cavalieri della Croce
I personaggi di queste scene sono figure realmente esistite, di cui, data la scarsa documentazione storica del tempo, è stato scritto poco a livello biografico, e parecchio riguardo alle gesta compiute. In particolare, lo stesso Goffredo di Villehardouin, cavaliere crociato, assume il ruolo doppio di attore/narratore delle vicende, in quanto cronista diretto degli eventi accaduti. I tre personaggi coperti dai signori Latini ruotano attorno alla figura carismatica del doge di Venezia, Enrico Dandolo, il quale propone comportamenti flemmatici e riflessivi, dati dall'età avanzata, in contrapposizione a quelli più dinamici dei cavalieri.
NB Dandolo è presente nelle scene A, e nella scena INTERMEZZO, rivestendo la funzione di personaggio legante gli eventi tra scene A e B.

Scene B – Manuele Comneno e i suoi fratelli
I personaggi delle scene B sono figure realmente esistite, di cui, grazie ai cronisti del tempo, tra questi di particolare rilievo la descrizione di Niceta Coniata, è stato scritto parecchio sia a livello biografico, che storico/narrativo per la figura dell'Imperatore Manuele, e meno riguardo alle gesta dei fratelli, in particolare di Alessio e Andronico, prematuramente scomparsi. A tal riguardo, quest'ultimi personaggi vengono considerati solo nella seconda parte delle scene B, e in seguito pietrificati, dando così maggior rilievo ai dialoghi sui Latini, impostati su idee opposte, dei fratelli viventi Isacco e Manuele, con particolare attenzione al carattere mutevole di quest'ultimo.
NB Manuele Comneno è presente nelle scene B, e nella scena INTERMEZZO, rivestendo la funzione di personaggio legante gli eventi tra scene A e B.

Per dare maggior rilievo alle vicende e agli avvenimenti storici accaduti, si è preferito delimitare una possibile evoluzione drammaturgica dei personaggi; i quali, in alcuni casi figure di forte personalità, e meritevoli d'attenzione individuale, ruotano intorno al perno centrale della statua dei Tetrarchi, facendo parte di un complesso ben definito e consolidato, che impedisce il singolo interesse. Inoltre, si è voluto spostare l'attenzione su scorci di un Impero Romano ormai diviso, che indipendentemente dai governi, dalle società, dai costumi differenti, presenta, da est ad ovest, una costante separazione interna.

 


Note sulle scene
Scene A e B
In tutte le scene A e B sono presenti sia le componenti di narrazione (attore rivolto al pubblico, cronista degli avvenimenti – figura di raccordo degli eventi), che di azione diretta (dialoghi sostenuti con ritmo – botta/risposta), che d'intimità (soliloqui – flemma verbale).
Tali componenti fanno sì che l'attore agente e lo spettatore reagente, le due figure prime del Teatro di Parola, abbiano un più intenso rapporto, in cui l'attore nello specifico, per alcuni istanti, si emargina dal contesto della rappresentazione, per coinvolgere direttamente il pubblico.

Scena INTERMEZZO
Rappresenta una duplice lettura: è innanzitutto una scena legante i distinti avvenimenti, raccordati grazie al coinvolgimento di alcuni personaggi (esempio: Dandolo/Manuele I). Inoltre, funge da scena indipendente, che pone in evidenza i caratteri vigorosi, portati all'estremo, di alcuni personaggi rispetto ad altri.
NB Per mezzo della disponibilità attoriale, è importante rilevare l'importanza del lavoro che gli attori stessi sono invitati a compiere, sul comportamento dei singoli personaggi, data dalla capacità tecnica nel rivestire più ruoli in un'unica pièce.

Scena TRIONFO del Gruppo di porfido rosso
Tale scena rappresenta una sintesi descrittiva delle scene presenti nella pièce. A tal riguardo, il trionfo, studiato con la struttura della rima, anche se scritto in forma libera, presenta una sonorità abbinabile a una musica di sottofondo, che raffiguri un'ulteriore elemento di lettura, per agevolare lo spettatore nella comprensione del testo. Il trionfo, inoltre, offre differenti possibilità d'interpretazione. Può essere esposto da un unico attore, oppure, diviso in periodi distinti, da più attori agenti in scena, o presentato sotto forma corale, da più attori che modulano la loro vocalità ripetendo le medesime parti.

Le scene, tutte, impostate seguendo un ordine storico decrescente, dal XIII secolo all'indietro, per favorire una lettura dell'opera riguardante l'evento specifico, legato all'arrivo a Venezia della statua dei Tetrarchi (uno dei punti d'analisi affrontati per gli studi sulla scultura); le scene, tutte, sono indipendenti l'una dall'altra, e possono essere composte con un ulteriore ordine, agevolando una distinta lettura dell'opera medesima.

 


Sulla leggenda, in particolare sulla visione leggendaria dei Tetrarchi
Sulla leggenda
È un racconto misto di fatti reali e fantastici, sviluppatosi in epoca Medievale, sia in forma orale che scritta, con particolare attenzione alla narrazione della vita dei Santi; tramanda le vicende storiche con enfasi celebrativa o artistica. Dall'originario significato, esclusivamente religioso, per estensione, la leggenda si distingue dalla fiaba per un attributo rilevante: prende spunto da fatti reali. Tale voce, di consistenza alla rappresentazione teatrale, in quanto promotrice di una "doppia" visione degli avvenimenti, nasce col significato di Cosa degna di essere letta, Cosa da leggersi. Ma poi, col trapasso da una cultura prevalentemente religiosa a una cultura di tipo laico-illuminista, la leggenda acquista il significato di Cosa favolosa, falsa, a cui non si deve prestar fede. Ragion per cui avviene il ribaltamento totale del significato, dovuto al ribaltamento medesimo della classe detentrice della cultura. L'onere del Teatro di Parola resta quello di far comprendere allo spettatore la differenza di linguaggio, attraverso il contributo degli attori agenti in scena.

Sulla visione leggendaria dei Tetrarchi
In seguito agli studi storici effettuati, sono state individuate svariate leggende popolari, costruite intorno alla statua dei Tetrarchi, legate a supposizioni storiche e associate a periodi differenti; alcune di queste narrazioni degne di nota, altre troppo fantasiose e surreali.
Tali leggende, catalogabili all'interno di contesti storici specifici, sono così suddivise:

Grecia Antica
Armodio e Aristogitone
figure doppie
  • Nel saggio sulla statua dei Tetrarchi, di Otto Demux, viene riportato: "… Nel 1563 Maggi riferisce l'opinione che l'opera venga dalla Grecia: per lui si tratta dei tirannicidi Armodio e Aristogitone".
  • Riporta Gian Antonio Moschini, canonico della catt. di San Marco: "… I Tetrarchi vengono dichiarati, in alcune memorie scritte, i fratelli Armodio e Aristogitone, uccisori del tiranno Ipparco, due volte ivi rappresentati".
Roma Imperiale
Diocleziano, Massimiano, Galerio, Costanzo Cloro

governo Tetrarchico
  • Nel saggio di Otto Demux, viene riportato: "… Come ipotesi alternativa (a quella di Costantino magno, con i figli), Cicogna propone che si tratti dei primi Tetrarchi, cioè degli Augusti Diocleziano e Massimiano, e dei Cesari Galerio e Costanzo Cloro".
Roma Imperiale
Galerio, Costanzo Cloro, Massimino, Severo

governo Tetrarchico
  • Anton Steinbüchel stima che l'uno dei gruppi rappresenti: "… i due Imperatori Costanzo Cloro e Galerio Massimiano, e l'altro i due Cesari Galba Valerio Massimino e Flavio Valerio Severo".
Roma Imperiale
Costantino il grande, Costantino II, Costanzo II, Costante I

governo Tetrarchico, in seguito alla morte di Costantino
  • Emanuele Cicogna sostiene che: "… nel secolo di Costantino il grande la maniera di rappresentare le figure dei regnanti in atto di abbracciarsi si è introdotta nell'uso pubblico, perciò io avvicino i Tetrarchi a quel tempo".
Medioevo
Alessio, Andronico, Isacco, Manuele I

figli dell'Imperatore Giovanni II Comneno
  • Nel saggio di Otto Demux viene riportato: "… Gian Antonio Moschini, consigliato da Andrea Mustoxidi, crede che i rilievi raffigurino i fratelli Anemuria, personaggi della storia bizantina del tempo di Alessio Comneno".
  • I Tetrarchi vengono dichiarati da Andrea Mustoxidi: "… i quattro fratelli Anemuria, i quali tramarono insidie ad Alessio Comneno".
    NB I quattro fratelli, figli di Giovanni II Comneno, appartengono alla famiglia imperiale bizantina dei Comneno: Alessio, Andronico, Isacco, Manuele; mentre Anemuria corrisponde al nome di una città sulla costa, a nord di Cipro, della provincia di Isauria (attualmente in Turchia).
  • Cesare Vecellio, riporta: "… La statua raffigura i quattro principi, figli del re di Grecia, nell'atto del consiglio per la presa di Troia. I principi si uccidono a vicenda per il tesoro (tra cui la statua dei Tetrarchi): due per spada, due avvelenati.
Medioevo
Dandolo, Bonifacio di Monferrato, Baldovino di Fiandra, Goffredo di Villehardouin
doge di Venezia e cavalieri crociati
  • Nel saggio di Otto Demux viene riportato: "… Rimane da porsi il problema di come si sia creato il curioso equivoco della provenienza da Acri. Cronache quattrocentesche (Perry 1977, nr 62) affermano giustamente che dopo la IV crociata i Veneziani portarono da Costantinopoli molte tavole di marmo e porfido, ma non parlano delle opere di scultura". Da qui la leggenda popolare che vuole la raffigurazione del doge Enrico Dandolo, e dei principi crociati, firmatari del trattato del 1201, fatto a Venezia, per la fornitura delle navi da trasporto e da guerra all'esercito di Cristo, necessarie alla spedizione della IV crociata.
Rinascimento
Papa Giulio II, Luigi XII di Francia, Ferdinando d'Aragona, Massimiliano I d'Asburgo

Lega di Cambrai, costituitasi il 10 dicembre 1508

  • Emanuele Cicogna riporta: "…E udimmo taluni dire che queste figure esprimono i principi congiurati contro la Repubblica di Venezia al tempo della Lega di Cambrai".
    NB Viene riportato qui di seguito, lo scritto dell'imperatore Massimiliano I del Sacro Romano Impero, preambolo del Trattato: "… Per far cessare le perdite, le ingiurie, le rapine, i danni che i Veneziani hanno arrecato non solo alla Santa Sede Apostolica, ma al Santo Romano Imperio, alla casa d'Austria, ai duchi di Milano, ai re di Napoli (Ferdinando II d'Aragona), e a molti altri principi occupando e tirannicamente usurpando i loro beni, i loro possedimenti, le loro città e castella, come se cospirato avessero per il male di tutti … Laonde abbiamo trovato non sol utile ed onorevole, ma ancora necessario di chiamar tutti ad una giusta vendetta per ispegnere, come un incendio comune, la insaziabile cupidigia dei Veneziani e la loro sete di dominio".
Rinascimento
Mercanti ignoti

quattro figure di commercianti

  • Nel saggio di Otto Demux viene riportato: "… sorge una leggenda narrata da Sansovino (1561): quattro mercanti avevano portato questo tesoro a Venezia; ma due si mettono d'accordo per assassinare gli altri due, mentre contemporaneamente quelli tramano lo stesso nei confronti dei primi. Così si avvelenano tutti e, non avendo eredi, il tesoro passa allo Stato".
Settecento
Mori saraceni

quattro figure di ladroni

  • Giovanni Meschinello, sostiene, che la statua rappresenti: "… Quattro Mori che volevano rubare il Tesoro di San Marco. Si sono avvelenati a vicenda".
    NB Curiosa interpretazione, che proprio al secolo dei Lumi, appartenga una tra le più fantasiose leggende sulla statua dei Tetrarchi.
Otto Demus: '… L'aver posto i pezzi più importanti di porfido in angolo (esempio, del Tesoro di San Marco in cui è stata collocata la statua dei Tetrarchi), si spiega col significato magico-apotropaico conferito al materiale: notoriamente gli angoli di un edificio sono le parti più credute esposte ad attacchi demoniaci, nella tradizione popolare.'