2008
fiaba filosofica in cinque atti
di Carlo Gozzi
spettacolo della rassegna 'Teatro in Museo'

 

 

Sinossi
La fiaba dell' 'Augellino belverde' è un'azione scenica, la più audace, che sia uscita dal mio calamaio.
…Sotto un titolo fanciullesco, e in mezzo ad un caricatissimo ridicolo, non credo, che nessun uomo bizzarro abbia trattato con più insidiosa facezia morale le cose serie, ch'io trattai in questa fola.
Carlo Gozzi, prefazione, Venezia 1765

La vicenda si svolge in tre scene distinte, rappresentate in un unico campo visivo suddiviso in: palazzo del re Tartaglia, palazzo dei Gemelli, compresi all'interno della città immaginaria di Monterotondo, giardino della fata Serpentina, e colle dell'Orco, collocati in un contesto fiabesco, e la zona del proscenio ad uso esclusivo delle maschere della Commedia dell'Arte.
I personaggi si differenziano in modo netto in tre categorie principali: i personaggi reali, che svolgono le loro azioni fisiche in relazione a quelle verbali, attraverso l'uso di battute in metrica, in italiano; i personaggi fantastici, rappresentati in ruolo doppio dalle maschere; e i personaggi della Commedia dell'Arte, che spaziano in scena, con improvvisazioni in forme dialettali.
La fiaba dell'Augellin belverde risulta essere estremamente complessa sia nella struttura del congegno d'intreccio, che nell'efficace tessitura delle diverse fila dell'azione scenica, che nella realizzazione dei personaggi. Tra questi ultimi, nel loro percorso, corrispondente a tutta la durata dell'opera, alcuni hanno un'evoluzione drammaturgica, come nel caso di qualche personaggio reale, altri, ossia i personaggi fantastici e le maschere della Commedia dell'Arte, rimangono fedeli alle loro caratteristiche, senza particolari mutazioni, salvo la trasformazione, provocata da un incantesimo, dell'Augellin belverde.

 

    

    

    

    

 


Personaggi
Ruolo in ordine di apparizione

Brighella poeta, ed indovino, amante finto di Tartagliona
Pantalone ministro di Tartaglia
Truffaldino salsicciaio
Smeraldina sua moglie
Barbarina gemella
Renzo gemello
Ninetta moglie di Tartaglia, madre dei gemelli
Augel Belverde re di Terradombra, amante di Barbarina
voce di Calmon antica statua morale, re de' simulacri
Tartaglia re di Monterotondo
Tartagliona vecchia regina de' Tarocchi, sua madre
voce di Serpentina fata
Pomi che cantano
Acqua d'oro che suona, e balla
voce di Pompea simulacro, amato da Renzo

 


Descrizione scena
La scena è parte nella città immaginaria di Monterotondo, parte nel giardino di Serpentina, parte al colle dell'Orco, e in altri luoghi correlativi all'indole d'una rappresentazione fiabesca.
NB Le battute evidenziate in grigio, si basano sull'improvvisazione attoriale. Infatti, nei canovacci originali, non compaiono battute definite. Vengono di seguito riportate, in modo generico, le tematiche proposte da ogni personaggio, elaborate in scena dagli attori.

 


ATTO PRIMO
Strada della città di Monterotondo

Scena 1
Brighella da indovino in caricatura, Pantalone dietro con attenzione

Brighella (da sé in entusiasmo)
O sol, che ti xe specchio
delle umane vicende,
mai ti deventi vecchio
per scoprir a chi sa cose tremende!
Pantalone (da sé) Mi ghe son matto drio sto poeta. El dixe cose, che le xe da retrazer; el fa versi, che i xe da raccolta per nozze.
Brighella (come sopra)
O dei Tarocchi misera regina!
O Tartagia felice!
O Renzo, o Barbarina!
Tal frutto nasce da fatal radice!
Pantalone (da sé) Olè! Qua l'entra in tel sangue real de Monterotondo. La regina dei Tarocchi meschina? Sior sì; la se lo merita. Sta vecchia marantega dopo la partenza del re Tartagia, so fio, no la fa altro, che tirannie, e lu no merita de esser felice per aver lassà el governo in man per el corso de disdot'anni a sta striga. Fussela morta da quel resepiglion, che la gaveva in telle gambe al tempo delle nozze de so fio. Ma no capisso: "O Renzo, o Barbarina! Tal frutto nasce da fatal radice!"
Brighella (come sopra)
O spirito gentil del re de Coppe,
passà nell'altro mondo!
Quanti gran casi, quante gran faloppe
famoso deve far Monterotondo!
Pantalone (come sopra) Ancora più famoso? No basta, che s'abbia visto naranze a deventar femene, femene a deventar colombe, colombe a deventar regine de felice memoria?
Brighella (come sopra)
Tartaglia, ti vedo;
tu torni alla corte.
Ninetta, nol credo,
non sei fra le morte,
e non son perse ancora le speranze,
discendenza real delle naranze.
Pantalone (da sé) No gh'è caso bisogna star colla bocca averta, e ascoltarlo, come cocali. El re Tartagia, che xe andà alla guerra contro i ribelli, e che xe disnov'anni ch'el manca, xe qua stassera, seguro. La regina Ninetta xe stada seppellia viva, xa disdott'anni, sotto el buso della scaffa, per le persecuzion de sta vecchia carampia de regina, e l'ho vista mi con sti occhi. Figurarse, se no la xe marcìa, e in polvere? La regina Ninetta, prima de esser sepolta viva sotto al buso della scaffa, ha partorio quei do zemelli, puttello, e puttella. A mi i me xe stai consegnai da sta vecchia carampia de so nona, coll'ordene de scannarli, pena la mia vita, e, pena la mia vita, de taser; e me par de veder ancora l'azion negra de metter in tela cuna, in cambio dei do zemelli, do cagnetti mufferle. Xe ben vero, che mi no ho abuo cuor de scannar quelle raise, e me recordo, come se fusse in sto ponto, che li ho fatti in rodolo con vintiquattro brazze de tela incerada veneziana, ho buttà quel caro tramesso zoso per el fiume, portando a so nona do cuori de cavretto, come sol far i boni ministri in sti casi. Dopo disdott'anni, se anca no i xe morti negai, o dalla fame, i sarà morti per no aver podesto crescer, perchè so de averli cusii stretti col spago sforzin. Sior strolego caro, le vostre xe cose, e no parole; el cielo sa dar del gran talento ai omeni, ma sti omeni sa anca dir delle bestialità da riderghe in tel muso. No gh'è più tacconi, la descendenza delle naranze xe estinta. (esce)
Brighella (che sarà stato colle mani alla fronte, come sopra)
Se dai tremendi pomi, che cantano,
dall'acque d'oro, che suonano, e ballano,
dai re fatati pennuti, che parlano,
Tartagliona, non sei difesa
per quella forza non unquanco intesa,
hai contrari i simulacri
solidi, fluvidi, alcalici, ed acri;
una pozzanghera sarà il tuo nicchio;
né può difenderti
Brighella, strologo, vate Caicchio.
(viene da sé)
Ma, oimè, va mancando l'entusiasmo celeste; resto un minchion come tutti i altri omeni. Me chiappa el solito languor de polmoni, me vien el consueto svenimento. (esce)

 


Scena 2
Truffaldino da salsicciaio, e Smeraldina

NB In grigio sono riportate le battute che riguardano l'improvvisazione attoriale.
NB Truffaldino: dialetto veneziano, Smeraldina: misto italiano/veneziano.

Truffaldino Non posso più soffrirla, quando fu abbruciata era una scellerata utile, se doveva risuscitare una minchiona, era meglio, che se ne restasse un carbone. Maledetto il punto, in cui l'ho sposata, è il mio ultimo sterminio, ec.
Smeraldina Certamente era meglio, se fossi rimasta cenere, piuttosto che sposare un briccone della tua qualità, che non pensa ad altro, che a mangiare, e dilapidare in vizi tutti i capitali della bottega.

Truffaldino I capitali erano miei, acquistati co' miei sudori facendo il cuoco in corte, e con quelle oneste ruberie, solite del mio mestiere; sarebbe stato meglio l'averli gettati nel fiume, piuttosto che aprir bottega da salsicciaio, perch'ella donasse a tutte le sue pettegole di nascosto trippe, salami, ec. e facesse credenze a facchini, a vetturini, e sino, non mi posso dar pace, in un secolo, il corrente ai poeti.
Smeraldina Se fui un poco facile, posso protestare innanzi al cielo d'esser stata per buon cuore sì, ma sempre in utile del negozio, (a Truffaldino) lui, oltre quello che s'è mangiato a tutte l'ore, mettendosi sino sotto il capezzale il fegato fritto da mangiare la notte, ha donato fuori di casa alle femmine di mal odore in danno della bottega non solo, ma di sé medesimo, perché ha dovuto poi anche dare a medici, e a chirurghi, e a speziali, prosciutti, bondole, ec.
Truffaldino (arrabbiato) Ella voglia aver ragione, ed esser l'ultima a parlare. Son fallito per il tuo lusso, e per le tue matte generosità; il cielo non aveva dato a noi figli, e ella aveva voluto per forza raccogliere quei due fanciulli, trovati nel fiume rivolti in quella tela incerata, allattarli tutti due, rovinarsi, e dimagrirsi; da quel punto ti ho perduto l'amore, e per tal causa mi son sviato dalle tenerezze matrimoniali, cercando sollievo all'animo nauseato, per il voler mantenere un fanciullo, e una fanciulla sino all'età di diciott'anni, è stata una bestialità, principal cagione della mia rovina, ec.
Smeraldina (furiosa) Non mi tocchi mai Renzo, né Barbarina, né con fatti, né con parole, o farò il diavolo a quattro.
Truffaldino Assolutamente ho risolto, non li voglio più in casa.
Smeraldina (disperazione, compassione e lodi) Ma se Renzo, e Barbarina sono obbedienti, buoni, e indifferenti agl'incomodi. Se mangiano gli avanzi; e studiano sempre; sono utili, perchè Renzo va alla caccia, e reca sempre lepri, ec. Barbarina va a legna, lava, spazza, ec.

Truffaldino Non li voglio, perché Renzo ha delle massime da filosofo più di me, e Barbarina è troppo modesta, e non si può sperar nulla d'utilità, ec.

 


Scena 3
Renzo con un archibugio e un libro in mano, Barbarina con un fastello di legna, e libro; ambidue con vestiti laceri, in dietro, e detti

NB In grigio sono riportate le battute che riguardano l'improvvisazione attoriale.
NB Truffaldino: dialetto veneziano, Smeraldina: misto italiano/veneziano.

Barbarina Renzo, la madre nostra e il padre nostro sono in question.
Renzo È ver; deh, gli ascoltiamo. (si fermano in attenzione)
Smeraldina (a Truffaldino) Se averai coraggio di dire una parola torta a Renzo, e a Barbarina, farò eccessi.
Truffaldino Non vedo l'ora, che giungano per poterli scacciar di casa.
Smeraldina Ti prego Truffaldino, non fare questa tirannia.

Truffaldino Non ho figli, e non voglio far le spese a bastardi.
Renzo Bastardi siamo! (a Barbarina)
Barbarina Io non intendo: come!
Smeraldina Ti prego Truffaldino, non lasciarti mai scappar di bocca questa parola: bastardi.
Truffaldino Son quasi morto affogato a trattenermi per tanto tempo a non dirla loro; non posso più trattenermi. Appena capita qui, voglio dir loro, bastardi, bastardi mille volte bastardi, per respirare.
Smeraldina Forse saranno figli di qualche gran signore; le loro belle maniere, e i loro visi lo dicono.
Truffaldino I figli de' gran signori non si trovano nei fiumi ignudi in una tela incerata, ec. Non voglio assolutamente far le spese a bastardi.
Renzo (a Barbarina) Sorella, or siam chiariti; siam Bastardi. (s'avvicina a Truffaldino) Padre, è poi ver, che siamo bastardelli?
Barbarina (s'avvicina a Smeraldina) Ditemi, è ver, che noi non vi siam figli?
Smeraldina (senza rispondere si mette a pianger dirottamente)
Truffaldino (in gravità) Non so di pianti, e di tenerezze eroiche; la mia miseria non ammette eroismi. (esagera il suo stato di fallito, narrando in caricatura il bilancio del suo negozio) Vi ho mantenuti anche troppo; però sappiate che siete realmente due bastardi, trovati ignudi in una tela incerata con la pelle sola indosso. Lo giuro. Lo giuro. Lo giuro. Mia moglie sempre matta, e indiscreta, ha voluto per forza tenervi vivi, e allevarvi per vostra fatalità. Son persuaso, che abbiate imparato a mangiare, a bere, e a sgravare il corpo; però dovete prevalervi delle virtù, insegnate voi dal canto mio, partire immediatamente, e non ardire di por più piede nella mia casa. Bastardi. (esce)

 


Scena 4
Renzo, Barbarina e Smeraldina

Renzo Oh, bella! Barbarina, è certo questa
una curiosa novità. Ringrazio
il cielo assai d'aver in sen rinchiuso
uno spirito forte.
Barbarina Io non vel nego,
saria questo per noi barbaro punto;
se i nostri libriccini filosofici
non avessimo letti, starei fresca.
Smeraldina Cari i miei figli, so, che non darete
orecchio alcuno all'asino furfante
di mio marito.
Renzo Ma, siam vostri figli,
o no?
Smeraldina No, non lo siete. Avete intese
già le vostre vicende; ma che serve?
V'ho allattati, allevati come figli;
non dovete staccarvi dal mio seno.
Barbarina No, Smeraldina. I benefizi vostri,
se avrem fortuna, fieno compensati.
Non è dover, che chi del vostro sangue
non nacque, resti ad aggravar la vostra
famiglia meschinetta, ad onta massime
del vostro sposo. Io già tra me suppongo,
che del distacco nostro voi proviate
qualche amarezza. Questo dispiacere
nasce in voi solo per la consuetudine
del conviver con noi, dal far riflesso,
che a noi dispiaccia d'esser discacciati,
d'andar raminghi. Voi pensar dovete,
che il dispiacer, che dentro a voi sentite,
nasce dall'amor proprio, che in voi regna.
Smeraldina Come amor proprio? Che parlare è questo?
Barbarina Sì, Smeraldina; voi sentite affanno,
che noi partiamo; dunque voi cercate,
che ci fermiam per sollevar voi stessa;
dunque cercate un benefizio a voi.
Non vaneggiate; qui non c'è risposta.
Sappiate, che il fratello Renzo, ed io,
quando andiamo nel bosco, leggiam sempre
de' libretti moderni, a peso compri
da voi per la bottega, e facciam sempre
riflessi filosofici sull'uomo,
e conosciamo a fondo ogni sorgente
di tutte quante son le azioni umane,
né ci facciam di nulla maraviglia.
Del vostro dispiacer già non v'abbiamo
nessun obbligo al mondo, perché nasce
dall'amor vostro proprio. Moderatelo,
se v'è in poter, con la ragione. Noi
con somma indifferenza andiamo via.
Se faremo fortune, avremo a mente
quanto per noi faceste, state certa.
Vi rimunereremo per le leggi
di società, ma non giammai per obbligo.
Ritiratevi. Addio.
Renzo Brava, sorella.
Siete brava filosofa, e assai bene
della pretesa umana separate
l'intrinseco valore dalle leggi
di società. Mia cara Smeraldina,
il ciel vi dia salute; andate in casa
con quello sposo, che v'han stabilito
di società le leggi, e procurate
di sviluppar da' sensi la ragione,
quell'amor proprio, che vi dà tormento.
Ritiratevi, addio.
Smeraldina O frasconcelli
senza giudizio! Che parlar è il vostro?
Che amor proprio? Che ragione umana?
Che società? Che leggi? Chi v'insegna
a pensare, e a parlar in questa forma,
ragazzi matti?
Barbarina (ridendo forte)
Ah, ah, ah, fratello,
la si riscalda, senti. Che disgrazia
è non esser filosofi!
Renzo Amor proprio,
Smeraldina, v'accende. Ritiratevi,
e non vi fate svergognar qui in strada
dalle persone, che potrien passare,
colte, e spregiudicate.
Smeraldina Ah, giuro al cielo,
che, se credeva d'allevar due ingrati,
vi lasciava annegar nel fiume. Dunque
fu per amor di me medesima, ch'io
di là vi trassi, e non lasciai negarvi?
Barbarina Che dimande son queste! Non v'è dubbio.
In voi stessa sentiste del piacere
di far l'azione, e perciò la faceste.
Smeraldina Per allattarvi mi svenai; spogliata
mi son per rivestirvi; dalla bocca
mi trassi il pane per nodrirvi insino
a quest'età; per voi mille afflizioni,
mille angosce ho sofferte; ed avrò fatto
tutto per amor proprio?
Renzo Voi mi fate
rider di gusto. Ah, ah, ah. Sì, certo,
per amor di voi stessa. V'ha occupata
il fanatismo d'un'azion'eroica.
Quella dolcezza, che in voi sentivate
di quell'azion, l'idea di guadagnarvi
dominio sopra noi, sempre vi mosse
ad operar per amor proprio.
Smeraldina O cielo!
Dunque non ho con voi merito alcuno
di quanto feci?
Barbarina Smeraldina, adagio.
L'intrinseco valore dell'azione
non vi dà nessun merto. Se avrem sorte,
procureremo d'adattarci l'animo
di società alle leggi, ed averete
ricompensa a quel danno, che vi siete
fatto per amor proprio.
Smeraldina (confusa)
Io maledico
il punto, in cui per troppo amar me stessa
tanto ho penato ad allevar due ingrati,
due matti da legar, che m'abbandonano
con tanta indifferenza, e ingratitudine.
Se mai nessun più aiuto, che s'annega,
se mai vesto nessuno, ch'abbia freddo,
se mai più faccio un soldo d'elemosina
a chi si muor di febbre, o fame, o sete,
poss'esser tanagliata, strangolata,
tagliata a pezzi, ed arsa un'altra volta. (esce)

 


Scena 5
Sepolcro sotterraneo sotto il buco della scaffa, in cui sta sepolta Ninetta in abito lugubre

Uccel belverde, che discende con un fiaschetto, e con un pane, e detta

Ninetta Perché mai vivo ancor dopo sì lungo
tempo, sepolta in quest'orrida fossa,
dove tante immondizie, e sì fetenti
colano sempre? O di Concul figliuola,
miserabil Ninetta! Era pur meglio
restar colomba un dì, restar rinchiusa
nella scorza fatal di melarancia,
in poter di Creonta, gigantessa,
che rimaner, senza capir la causa,
senz'aver colpa, condannata ad essere
sepolta viva in così lorda fossa,
mentre non era ancor fuori del parto.
Ecco il pietoso usato Augel Belverde,
che del solito cibo mi soccorre,
pel bucco della scaffa discendendo.
O Augello, Augello, quanto meglio fora
il lasciarmi morir! Termine avrebbe
la lunga pena mia. Sazio sarebbe
l'inumano Tartaglia, il re, mio sposo,
e la nimica mia, sua madre antica.
(piange)
Augel Ninetta, frena il pianto; forse non è lontano
il fin delle miserie del sepolcro inumano.
Ninetta Come? L'Augel Belverde, che ragiona?
Augel Non istupir Ninetta, se dopo diciott'anni
sol oggi teco parlo per scemarti gli affanni.
Se tu di re sei figlia, e fosti melarancia,
sai, che non è impossibile il cambiar d'una guancia.
Io son di re figliuolo, e nell'età più verde
fui cambiato da un orco in Augellin Belverde.
Sta la nostra fortuna, la nostra sorte ria
in man di Barbarina, tua figlia, e amante mia;
ma oh quante dure imprese, quanti orridi, indiscreti
stan sulle nostre vite inumani decreti!
Ninetta O caro Augel, mi narra, e qual mia colpa
mi tien sepolta in questa immonda stanza?
Ch'è del mio sposo, e de' miei cari figli?
Augel L'odio di Tartagliona è la tua colpa solo.
T'ha accusata d'adultera a Tartaglia, figliuolo;
in cambio di due figli, scrisse al re, tuo marito,
che un mufferle, e una mufferla avevi partorito:
lo sposo, rea credendoti, rimise con un foglio
le cose a Tartagliona, più dura d'uno scoglio.
La vecchia crudelmente ti fece seppellire;
commise, che i due parti si facesser morire.
I figli non son morti; n'ebbe compassione
il veneto pietoso, il vecchio Pantalone.
Van sconosciuti errando, quai bastardi in rovina;
l'uno si chiama Renzo, e l'altra Barbarina.
Spera, Ninetta, spera; ma aggiungi alla speranza
calde preghiere a' numi per l'ammorbata stanza.
Se i tuoi gemelli vincono i perigli tremendi,
tu dall'immonda fossa l'usato trono ascendi;
perisce Tartagliona; io lascio queste spoglie,
se Barbarina è forte, e la prendo per moglie.
Ma, oh Dio, ch'io son forzato ad esserle avversario.
Ninetta, più non dico; ti volgo il taffanario.
(rialzi, ed esce)
Ninetta Mente, resisti; ahi, le gran cose intesi!
Prendiamo il cibo, e preci al ciel si mandino.
Se dopo diciott'anni di sepolcro
trovo d'uscir la via,
storia non v'è, che superi la mia.
(si chiude)

 


Scena 6
Tremuoto, prodigi, oscurità
Calmon, statua antica e detti

Calmon Barbarina ragiona; Renzo, apri gli occhi.
Barbarina O Dio, Renzo; una statua, che parla!
Renzo È questo un caso,
che un filosofo mai nol crederebbe,
e pur è ver. Statua, mi dì, chi sei?
Calmon Son un che un giorno visse qual tu or sei
filosofo meschin. Scoprir pretesi
degli uomini l'interno, ed uomo anch'io
vidi amor proprio in tutti esser cagione
d'ogni menoma azion. Vidi, o mi parve
farneticando di veder, ragione
schiava de' sensi, e colla mente ardita
generalmente avara, traditrice,
perversa, ingrata, tutta per se stessa,
nulla per gli altri, di veder mi parve
l'umana spezie, e del motor superno
la più illustre fattura, la più bella
temerario sprezzai. Tronca mi fossi
la lingua, prima di cambiare il nome
dell'eroismo d'opere pietose,
che pur vedea talor d'uom per altr'uomo,
in quel di fanatismo, di follia,
figlia del proprio amor, nata da intenso
compiacimento borioso, e stolto.
Quante troncai bell'opre, e quanti ingrati
a' benefizi fur per mia cagione!
Qual pro, Renzo, qual pro, ridur se stesso
a sospettar di tutti, e l'eloquenza
tutta adoprare a suader le genti,
che per se stesso necessariamente
pessimo è ogni uomo, e che ragion soggetta
è degli umani sensi? Altro non vinci,
che sospetti destare in fra i viventi,
abborrimento l'un per l'altro, noia,
nimicizia perpetua. Tu più, ch'uomo
Renzo, non sei. S'un ti dirà, che pensa,
come di tutti gli altri tu rifletti,
sopra l'interno tuo, so, che vergogna
ti prenderà, che la tua lingua, mossa
dall'amor proprio, tenterà ogni via
di giustificazion, per farti credere
leale, liberal, pietoso, umano,
che natura in te parla, e il male abborre.
Tal dunque esser vorresti, e tal capisci,
che l'uomo esser dovrebbe, e la ragione,
non schiava a' sensi, a te distinguer lascia
qual sia mal, qual sia bene. Ama te stesso
amando gli altri, e la ragion seguendo,
dei decreti del ciel figlia, e non serva
del fragil senso, tal riescirai,
te stesso amando, quale esser vorresti.
Barbarina Renzo, la statua non mi sembra certo
filosofo cattivo.
Renzo Egli è, sorella,
un filosofo statua, un moralista
rancido, marcio; ancor non ha provato,
che non opera l'uom per proprio amore.
Calmon Fanciullo, anch'io pensai, come tu pensi,
quattrocent'anni or son. Sprezzai le genti
colle stesse tue idee. Volli usar forza,
e far, che l'opre mie non dipendessero
dall'amor di me stesso. Allor m'avvenne,
che pietra si fe' il cor, le membra tutte
mi si cambiaro in marmo, e sul terreno
caddi: ivi giacqui molti anni fra l'erba
sepolto, e il sudiciume. Inutil corpo,
berzaglio fui de' passeggier, che il peso
di natura sgravar. Tal diverrebbe
ogni mortal, che contro al proprio amore,
principio d'ogni azione, oprar volesse.
Barbarina In somma questa statua ha del giudizio.
Renzo Alla fine chi sei, e a che venisti?
Calmon Fui re d'uomini un giorno, ora comando
a tutti i simulacri. I miei soggetti
sono migliori assai di voi mortali,
da' viziosi filosofi corrotti.
Dagli avi vostri tratto fui dal fango,
drizzato in un giardin della cittade,
che vicina lasciaste. Il benefizio
degli avi vostri voi, cari orfanelli,
di compensar venuto sono in traccia.
Barbarina Oh, cara statua! Dunque conoscesti
gli ascendenti di noi? Ci narra in grazia:
di chi siam figli? Tu devi saperlo.
Calmon Lo so, né il posso dir. Dirò soltanto,
che a un'orribil catastrofe di mali
soggetti siete: il scioglimento loro,
e la dichiarazion dell'esser vostro
dipender de' dall'Augellin belverde,
che gira intorno a Barbarina amante.
Renzo Comincio a dubitar d'essere un sciocco,
che non sa nulla. Oscure predizioni…
Un Augellin belverde, ente, da cui
dipender de' la sorte nostra… Un uomo
fatto di marmo, che ragiona… Il capo
mi va girando… Non intendo nulla.
Calmon Renzo, non istupir. Molti viventi
Sono forse più statue, ch'io non sono.
Tu proverai qual forza abbia una statua,
e come simulacro un uomo diventi.
Quel sasso a voi dinanzi raccogliete;
tornate alla città; là di rimpetto
alla reggia il scagliate, e di meschini
ricchi sarete tosto: a' gran perigli
Calmon chiamate; io sarò vostro amico.
(tremuoto, prodigi; Calmon esce)
Renzo Calmon, sorella, ci ha lasciati orfani,
pieni di fame, e freddo, e di paura,
e con un sasso nelle mani. Oh caro!
Barbarina (raccoglie il sasso)
Andiam, com'ei ci disse, ed alla reggia
di rimpetto il scagliamo. Vederemo
le maraviglie da Calmon promesse.
Dalle sciagure, ch'ei ci ha minacciate,
forse usciremo, e alfin nelle miserie,
se compatiti siam da chi ci ascolta,
siam fortunati, e lieti esser dobbiamo.

 


ATTO SECONDO
Sala Regia. Suono di marcia 
 
Scena 1
Tartaglia re, Pantalone dietro a Tartaglia, timoroso 
 
NB In grigio sono riportate le battute che riguardano l'improvvisazione attoriale.
NB Pantalone: dialetto veneziano, Tartaglia: italiano.
 
 
Tartaglia (melanconico e fastidioso, grida ai suonatori) Son secco, non rompetemi la testa con suonate, ec.
Pantalone (a parte) Sua Maestà ha la luna. Vorrei congratularmi dei ribelli soggiogati, del suo arrivo; ma ho soggezione, perch'è di mal umore, e lo conosco un re strambo, come un cavallo.
Tartaglia (a parte) Questo è il pavimento dove passeggiava la mia Ninetta. Ricordo dolcezze, grazie, ec. (piange di nascosto per non lasciarsi vedere dalla corte, acciò non iscopra la sua debolezza, poi si rasciuga in fretta gli occhi, e si rimette in maestà, e austerità) Non sarò più felice senza Ninetta; mi sento rinnovare gli effetti ipocondriaci. (piange di nascosto, poi rimettesi in gravità)
Pantalone (a parte) Mi sembra che Sua Maestà pianga; giurerei, che piangesse la povera regina sposa, da diciott'anni seppellita sotto il buco della scaffa. (si dà coraggio, si fa innanzi) Congratulazioni de' ribelli soggiogati, Maestà. Auguri di felicità. (a Tartaglia) Mi pare che sia melanconico, Maestà; vedo gli occhi rossi; non pianga Maestà, e non rattristi la corte, che l'adora, e l'attende con tanta ansietà, ec.
Tartaglia (furioso, collerico) Chi piange? Che parlare è questo? Qual coraggio ti prendi, Pantalone? Non vorrei che i ministri si prendessero tanta confidenza con un re, suo pari. Parti subito; altrimenti ti farò porre in berlina, ec.
Pantalone (a parte) Coi signori grandi non si può mai indovinarla. Ho brama di introdurmi, e di dirgli qualche cosa de' preludi dell'indovino poeta; ma tra precetto, pena la vita, della regina madre, e la stramberia di Sua Maestà, voglio che mi sia tagliata la lingua, se parlo. (parte dopo un inchino)
Tartaglia (solo) Sono il re, e devo far forza a me stesso, per dover rinchiudere nel petto le mie angosce, per non mostrar debolezza, e perché i sudditi mi rispettino. O misera condizione!, ec. (si lagna) Non ho nessun amico di confidenza da poter sfogare la doglia interna. Un solo amico intrinseco speravo di avere, e più che fratello, in Truffaldino, cuoco; ma mi sono ingannato. Il perfido dopo tante beneficienze, e l'aver guadagnato de' soldi in corte, divenuto superbo, e ammogliatosi con Smeraldina mora, uscita dalle fiamme bianca, e posta bottega da salsicciaio, ha avuto cuore di abbandonarmi. O spirito di Ninetta, dove sei? Gradisci le lascrime delle mie pupille, ricevi il tributo del pianto di questo tuo sposo re.

 


Scena 2
Truffaldino da salsicciaio, e detto  
 
NB In grigio sono riportate le battute che riguardano l'improvvisazione attoriale.
NB Truffaldino: dialetto veneziano, Tartaglia: italiano.
 
 
Truffaldino Son venuto dietro la regia voce.
Tartaglia (sorpreso nel vedere Truffaldino) Truffaldino! (a parte) Quale vergogna d'esser stato udito.
Truffaldino Ho inteso il suo arrivo, Maestà. Riflettendo sulla buona amicizia antica, tra noi passata, non mi son potuto tenere di venire a congratularmi, e di rinnovar la memoria del mio amore nei confronti di Sua Maestà, ec.
Tartaglia (a parte) Mi crederei fortunato nella mia circostanza a poter rinnovare un'amicizia tanto cordiale. Non credo però a Truffaldino, per esser stato da lui abbandonato per gli amori di Smeraldina, e per amore interessato di por bottega. (vuol fare sperienza sul cuore di Truffaldino; lo esamina con gravità) Come stai di salute?

Truffaldino Bene; le orine sono chiare; ho un appetito sempre uguale notte, e giorno, innanzi pranzo, dopo pranzo. Evacuo ogni giorno alla medesima ora con felicità, per servirla, ec.
Tartaglia Ami più tua moglie?
Truffaldino L'ho amata per quindici giorni soli; poi mi sono incominciato a nauseare; parlo col cuore in mano. In aggiunta a questa stolidezza insoffribile, di giorno in giorno a' miei occhi le bellezze erano divenute orridezze, a segno tale, che bisognava, che andassi a rallegrar la vista spesso in qualche casuccia in pian terreno. Parlo col cuore in mano. Dopo diciott'anni di matrimonio poi, è divenuta una macchina abborribile agli occhi miei, la odio, più d'una cassia, ec. Parlo col cuore in mano.
Tartaglia (a parte) Incomincio a scoprire, che Truffaldino non viene a me per buona amicizia. (a Truffaldino) Com'è lo stato tuo, della tua bottega, de' tuoi interessi, del negozio, della fortuna?
Truffaldino Parlo col cuore in mano. Sono fallito marcio, ma ciò non è per colpa mia; Smeraldina sciocca ha fatto credenze, carità, e simili azioni rovinose; non nego d'esser stato all'osteria, ma rare volte, e solo due volte il giorno, per coltivar amici, mantenermi avventori, e per sentir qualche buona massima filosofica. È vero, che sono stato spesso da qualche amica per sollevarmi dall'antipatia, che avevo per la moglie; ma sono andato in ciò con estrema economia, e ho cercato sempre amiche o con qualche piaga sulle gambe, o senza naso, ec. ec. È vero che ho spesso giocato alla bassetta, e alla zecchinetta; ma ho ciò fatto per riparar a' disordini delle limosine, e dell'altre debolezze di quella matta; ho sempre perduto, ma ciò è successo, perché sul gioco mi veniva in mente mia moglie, che ha il viso da delirio, ec.

Tartaglia (a parte) Truffaldino è un becco cornuto di prima sfera, e un filosofo moderno da guardarsi; non sono persuaso, che venga per buona amicizia, ma pel bisogno, in cui si trova; veramente dubito, che sia stato sempre un briccone, pien d'amor proprio illecito; mi ricordo ancora delle due melarance, da lui tagliate per ingordigia. (a Truffaldino, con austerità) Truffaldino, dimmi il vero; se no, ti farò cavar le budella, e il cuore. Se non avessi l'appetito, che ti tormenta tanto, se amassi ancora tua moglie, se il negozio della bottega andasse floridamente, saresti venuto in traccia di rinnovar meco amicizia?
Truffaldino Mi lasci riflettere un poco.
Tartaglia Spacciati, e rispondi il vero, o ti farò tagliare a pezzi.
Truffaldino Parlo col cuore in mano; se non avessi bisogno, non avrei né men per mente né lui, né la sua amicizia.

Tartaglia (furente, lo scaccia a calci nel preterito)
Truffaldino (fugge, gridando) Il re è diventato matto, non è filosofo, ec.
Tartaglia (resta più disperato di prima. Vede la regina de' Tarocchi) Madre mia. (si mette in gravità)

 


Scena 3
Tartagliona, regina vecchia in caricatura, e Tartaglia

Tartagliona Figlio, così mi tratti? Ove si vide
che dopo diciott'anni che sta lunge
dal sen materno un figlio, giunto alfine
si perda per la corte in bagatelle,
pria di correre ansante, senza trarsi
gli stivali di gamba, e dare un bacio
sulla destra real della sua madre?
Tartaglia Signora madre cara, vi scongiuro
a ritirarvi nelle vostre stanze,
ed a lasciar in pace un disperato.
Tartagliona O temerario figlio! Già ti leggo
nel profondo del cor. Di Tartagliona
figlio non sembri. Io so, che ti rincresce
di Ninetta la morte, e che più care
avevi le tue corna, di tua madre.
Dimmi, che far dovea di quell'indegna,
se l'onor tuo tradia, se d'altra prole,
per la stirpe real, non era buona,
che di mufferli orrendi? Tu scrivesti,
che nell'arbitrio mio lasciavi intera
la tua vendetta; e poi così mi scacci?
Sovvengati chi son, da chi discendo,
che la regina de' Tarocchi io sono.
Tartaglia Signora madre, una vecchia decrepita
qual siete voi, doveva usar prudenza.
Io sono un giovinetto poco esperto,
ed il sangue mi bolle. Scrissi allora
con trasporto di caldo, suscitato
dalle lettere vostre. Forse… basta…
So, che odiavate quella poveretta…
Non vi dico di più. Signora madre,
vi prego a ritirarvi, e non seccate
d'un re sdegnato le filiali natiche.
Tartagliona Che sento! Oh dei! Tu non sei più mio figlio.
Vecchia a me! Sommi dei, che ingiuria è questa!
Dunque errai nell'oprar? Dunque sepolta
non dovea rimaner la tua vergogna?
Tartaglia La vergogna mio padre in voi sofferse
né vi fe' seppellir nei vostri errori.
Fors'è vergogna mia l'opera vostra.
Tartagliona Vergogna è partorir figli tuoi pari.   
Tartaglia: Chi non può partorir, muore nel parto.
Dovevate lasciar di partorirmi.
Tartagliona Ingrato! Così parli a chi nel ventre
ti portò pel girar di nove lune?
Tartaglia Pagherò un asinello, che vi porti
per quante lune san girare in cielo.
Tartagliona Figlio disumanato! Ti ricorda,
ingratissimo figlio, che, bambino,
non volli balie, e che i miei propri petti
ti diero il latte, ch'or così mi paghi.
Tartaglia Quando passan le femmine dal latte,
io ve ne pagherò venti mastelle.
Così posso pagare il benefizio;
ma voi non mi potete render viva
la mia Ninetta, di Concul figliuola.
Un povero monarca, affaticato
in guerra diciott'anni, giugne al trono,
crede di riposar nel caro seno
della consorte, e trova, ch'ella è morta,
sepolta sotto il buco della scaffa.
Non ho più moglie, amici più non trovo;
per me non v'è più pace in questo mondo.
(piange)
Tartagliona Figlio, ti vo' scusar; ma da viltade
troppo sei preso. Il tuo dolor solleva.
Giuocheremo ogni giorno a gatta cieca,
a tocca ferro, a romper la pignatta,
e ti divertirai. Verrà frattanto
forse a noi la Schiavona1, o Saltarei1;
io troverò consorte di te degna.
Tartaglia Signora madre, burla troppo grande
fu il seppellir la mia Ninetta viva.
Giungano pur le ninfe della Bragola2,
tutte le dee della calle de' Corli2;
insensibil sarò. Mi fate rabbia;
vi prego, andate via.
Tartagliona Rabbia la madre!
Scacciar la madre! O ciel, lo fulminate.
Tartaglia Voi non volete andar; dove voi siete,
non ho flemma di star. Vedo, che in seno
vi si muove il catarro. Il mio rispetto
vuol, ch'io vi lasci, e me ne vada a letto.
(esce)
Tartagliona Oimè, la rabbia… (tosse) Oimè, il catarro in moto… (tosse)
m'opprime la trachea… (tosse) Sento, ch'io crepo.
Ecco il castigo, che mi manda il cielo.
Gran che, che non si possa un innocente
far morir col buon pro! Giugne il momento,
ed ogni gruppo si riduce al pettine.
O stologo, o poeta, a tempo giugni.

1 Due notissime pubbliche plebee meretrici
2 Sono a Venezia posti delle prostitute

 


Scena 4
Brighella, e detta

Brighella Fiamme voraci,
che rischiaraste
questa mia mente,
né m'abbruciaste,
io stava meglio
nell'ignoranza.
Ahi, Tartagliona,
che val costanza?
Tartagliona Che mi vuoi dir, poeta? Io non t'intendo.
Brighella Sono vicini i Gemini;
già le mura s'innalzano;
questa è notte terribile,
tu puoi trarti le cottole,
e dalle pulci scuoterle,
che l'ora è di dormir.
Io veglierò, qual nottola,
e ti trarrò la cabala;
tutto farò il possibile
dal destin per difenderti;
ma il capo lavo all'asino,
ma temo di fallir.
Tartagliona Oh, maledetto strologo!
Io non intendo un diavolo.
Alle minacce orribili
le natiche mi tremano,
né so cosa pensar.
Brighella Care pupille amabili…
Ah troppo dissi; scusami.
Occhio, che sempre lagrima…
Ah, Maestà, perdonami.
Possenti barambagole, per voi son temerario…
Ma, ohimè, ch'io veggo nella terza sfera
il mio tesoro biscia scodellera!
(a parte) L'estro m'ha servì pulito. Spero de aver fatto qualche colpo. Se podesse ridurla a far un testamento in mio favor, no saria scontento delle mie amorose attenzioni, e del frutto dei mii poetici sudori. (esce)
Tartagliona Gli oscuri sensi di costui mi mettono
in grave agitazion. La tenerezza,
ch'ei dimostra per me, sperar mi lascia.
S'eseguisca il consiglio; abbian riposo
le membra idolatrate dal più insigne
poeta, ch'abbia il secolo. Non mancano
in me vezzi, e lusinghe, ond'al mio fianco
fedel sia sempre. Ah, non vorrei, che alfine
le mie finezze a lui, negli altri amanti
destasser gelosia. Stelle infelici!
Sino i meriti miei mi son nimici.
(esce)

 


Scena 5
Facciata della reggia da una parte

Renzo, e Barbarina

Barbarina Renzo, questa è la reggia, e questo è il sasso,
che Calmon, statua, ci additò. Che pensi,
che nasca nel scagliarlo?
Renzo Ei ci promise,
che allo scagliar del sasso sarem ricchi.
Scaglialo; non tardar.
Barbarina Furbo! Tu dunque
brami diventar ricco. A poco a poco
perdi filosofia.
Renzo Senti, sorella;
non mi dir mai così. Questo rimprovero,
mi fa quasi scordar la fame, e il freddo,
e da ciò sempre più mi riconfermo,
che passion predominante ha forza
di ferir sì la fantasia dell'uomo
da far, ch'egli si scordi facilmente
sin le necessità della natura.
Amo filosofia, né mi vergogno
di quella passion nobil, ch'ho in seno.
Barbarina Pasciamci Renzo di filosofia,
non scagliam questo sasso. Il divenire
ricchi in un punto nella mente nostra
desterà certe idee di stravaganza,
che ci farà più stolti, e più ridicoli
di tutti gl'ignoranti. Tu vorrai
tutte le donne, tutte le delizie,
che sognerai la notte. Io sarò vana,
vorrò corteggi, amanti, ed agi, e mode;
sarò folle, inquieta. Tuttidue
sprezzerem povertade nei meschini,
scordando la miseria, in cui siam ora.
Renzo, io non scaglio il sasso.
Renzo Sì, lo scaglia;
non dubitar. Nelle ricchezze ancora
filosofi saremo. Questo freddo,
questa fame, ch'io sento, fan, ch'io pensi,
fanno, ch'io speri, che saprem difenderci
da' pensier sciocchi, e che robusti sempre
sarem nella virtude anche in ricchezza
colla guida alla man de' nostri dotti.
Barbarina La fame, e il freddo ragionar ti fanno?
Ah, Renzo, io temo assai, ch'ogni filosofo
sia mosso a ragionar da fame, e freddo,
dagl'incentivi di natura usati.
Bella cosa è il regnar sopra i cervelli
dei deboli seguaci, e co' sistemi
farsi monarchi delle genti stolte,
che adoran gl'impostori. Il sasso io scaglio,
e voglia il ciel, ch'io non mi scordi mai,
che un vilissimo sasso non curato
delle ricchezze mie sia la sorgente.
(scaglia il sasso; nasce un magnifico, e ricco palagio in faccia alla reggia. Volano i cenci a Renzo, e a Barbarina, e rimangono riccamente vestiti. Escono dalla porta del palagio due mori con torcie accese in mano, e con riverenze accettano Renzo, e Barbarina)
Renzo Sorella! Ah, che mai veggio! Io son confuso.
Barbarina Diamo or fede a Calmon. Questo palagio,
se possibil è mai ne' cuori nostri,
non ci lusinghi di felicitade;
ch'ei ci predisse ancor pianti, e sventure.
(escono)

 


Documentazione fotografica della prova generale
di Atanas Georgiev

 

    

    

    

    

 

ATTO TERZO
Sala regia 
 
Scena 1
Brighella, e Tartagliona

Brighella Fronte crespa, u' mirando io mi scoloro,
dove spunta i suoi strali amore, e morte.
Tartagliona Deh, poeta, mi di'; questo palagio,
che sì risplende in maestosa mole,
e di ricchezza questa reggia avanza,
come mai nacque in una sola notte?
Brighella Regina, del mio cor parte più cara,
io tutto so, ma per destin fatale
è la mia lingua in ciò schiava de' superi.
Tartagliona Per quanto le mie grazie hanno in te forza,
narrami almen, chi sien gli abitatori.
Brighella Occhi di perle, vaghi, luci torte,
io tutto so, ma dirtelo non posso.
Solo dirò, che del palagio altero
gli abitatori a rovinar son giunti
quelle labbra di latte, quelle ciglia
rare, di bianca neve, e i quondam petti.
Tartagliona Ah, lascia, lascia il favellar oscuro;
tutto spera da me; ma, deh, m'addita,
come rovinar possa, chi procura
di rovinarmi; in te solo confido.
Brighella Maestà, delizia del mio estro poetico, prima de tutto e per tutto quello, che pol nascer, la consegio a far el so testamento, e a no desmentegarse de beneficar chi ghe vol ben, e che pol immortalar el so nome con un poema superior al rugginoso dente del tempo, e alle critiche, figlie della caliginosa invidia.
Tartagliona Deh, non mi funestar; sono ancor fresca.
Pensa a salvarmi, e a celebrarmi in vita.
Brighella (a parte) L'è dura in sul testamento sta redodese. (a Tartagliona) Ghe parlo fora dei denti, con verità contraria all'istinto poetico; xe difficile el poderla salvar dalle rovine, che ghe sta sora la testa. Tuttavia la me ascolta ben. I abitatori de quel palazzo xe un zovenetto e una zovenetta, fradello, e sorella, i quali, prima de deventar ricchi, gera do pitocchi, filosofi per la vita; adesso che in t'una notte i xe deventai ricchi a martelletto, i ha perso la tramontana della filosofia, e i gha in testa tutta la vanità, e le debolezze, che pol aver per esempio, una lavandera, sposada da un conte, un dazier fortunà, che ghe vada tutto a seconda, e tutti quelli, che s'ha trovà ricchi senza far fadiga. No i pol soffrir, che ghe sia rimproverà gnente, che ghe manca gnente, de no superar tutti in tutto. Per sta strada se deve tentar la so distruzion.
Tartagliona Dimmi più oltre; io ben saprò ubbidirti.
Brighella Maestà, fatal al mio cuor, ella sa quanto mortal sia l'impresa dell'acquisto del pomo, che canta, e dell'acqua d'oro, che sona, e balla, oggetti poco fora della città, posseduti dalla Fada Serpentina.
Tartagliona So, che funesto è il luogo; e che per questo?
Brighella Bisogna donca, che la procura de veder la zovenetta, che abita in quel palazzo, la qual za ha perso la traccia della filosofia, e xe deventada el tipo della vanità, e basterà schizzarghe in tel stomego ste quattro parole tremende. La me ascolta ben.
"Voi siete bella assai; ma più bella sareste,
s'un de' pomi, che cantano, in una mano aveste."
Tartagliona "Voi siete bella…" ec. (replica)
Brighella Bravissima! E dopo sbararghe st'altra bisinella.
"Figlia, voi siete bella; ma più bella sareste,
s'acqua, che suona, e balla, nell'altra mano aveste".
Tartagliona "Figlia, voi siete bella…" ec. (replica)
Brighella Soavissimamente! Da ste parole la vedarà un effetto mirabile. Bisogna conoscer el cuor uman nelle varie circostanze ec. Con ste parole i abitatori de quel palazzo xe rovinai, e, se queste no basterà, gho un altro colpo sicuro.
Tartagliona Tentiam l'impresa; al tuo consiglio io cedo.
"Voi siete bella assai… ec. (esce dicendo i versi)
Brighella Se fazza tutto quel, che se pol, per prolongar la vita a sta graziosa antigaia; ma, se no la redugo a far testamento con un item favorevole, cosa me giova l'apollinea fronda, la direzion profonda, la fiamma, che m'innonda?
"Lasso! Non di diamante, ma di vetro
veggio di man cadermi ogni speranza."
(esce)

 


Scena 2
Stanza magnifica nel palagio de' gemelli

Barbarina pavoneggiandosi allo specchio, e Smeraldina

Barbarina Spero diman di far più spicco assai
colla veste ponsò, guarnita d'oro.
Smeraldina (di dentro gridando)
Eh, lasciatemi entrar; che impertinenza!
Sono ormai stanca. Preghi, ambasciatori,
memoriali, tornate; uh quante storie!
Barbarina Chi è là?
Smeraldina (entrando) È il diavol, che ti porti.
Barbarina Temeraria! Sfacciata! Olà, staffieri,
chi v'insegnò a servir? Come si lasciano
penetrare i pitocchi alle mie stanze?
Smeraldina Eh, pazzerella, frasca, in questa forma
chi t'ha allevata, chi ti diè la vita,
accetti in casa tua? Quanti momenti
son, che non sei pitocca, com'io sono?
Barbarina Arrogante! Non più; frena la lingua;
rispetta l'esser mio; non inoltrarti.
Ti conosco, infelice, e sovvenirti
voglio con doni, pur che t'allontani
da queste soglie, anzi dalla cittade.
La tua presenza in me risveglia idee,
che amareggian lo spirto. Olà, miei servi…
Smeraldina Ah, fraschetta, pettegola, smorfiosa,
madama fricandò, che credi? Forse
di pormi soggezion? T'ho dato il latte,
t'ho schiaffeggiata mille volte, ed ora
credi, che avrò paura? Io son qui giunta,
non per le tue ricchezze, ma l'amore
m'ha trascinata; ad onta dello sgarbo,
con cui m'abbandonasti, io non potei
trattenere il trasporto, e, appena seppi,
che sei qui, che sei ricca, corsi tosto
per rallegrarmi delle tue fortune,
e non per amor proprio, (il ciel mi fulmini).
Cioè perch'amo te… cioè… vo' dire…
Sia maledetto l'amor proprio… In somma
io son qui per baciarti, e non vo' nulla.
Cara, quanto mi piaci! Sei pur bella 
così vestita. Il ciel ti benedica.
Ah, convien ch'io ti baci, ch'io ti mangi.
(vuol abbracciarla con impeto)    
Barbarina (rispingendola)
Ma, viva il ciel, qual confidenza è questa?
Miei servi, dico. Incauti! Qui recate
tosto una borsa d'oro, ed a costei
si consegni, e si scacci.
Smeraldina Barbarina,
tu scherzi, è ver? Non mi farai l'affronto
di scacciarmi da te. Sospetti in seno
non averai, dopo sì lungo tempo
che mi conosci, e le azion mie conosci,
che interesse mi muova, e ch'io qui venga
per altro amor, che delle due persone
col mio sangue allevate, e con le quali,
come lor madre, vissi, ed ebbi care.
Barbarina (da sé)
Qual forza ha mai semplicità d'affetti,
tener espression, sul core umano!
Tanto disse costei, che mi ridusse
ad aver più ribrezzo a discacciarla,
che a trattenerla. Il minor peso al core
dunque s'elegga. Smeraldina, resta;
meco starai, ma le passate cose
mai non rammemorar. Il rammentarle
rimprovero mi sembra, e fa, ch'io t'odio.
Guardami, qual'or son, non qual fui teco,
s'esser sofferta vuoi. Seguimi, e taci.
(esce)
Smeraldina Questa è quella filosofa, che andava
ieri per legna al bosco, ed oggi!… Basta.
Seco volea restar, perché l'adoro
e seco resto alfin; del tacer poi
ci proveremo; ma non sarà nulla.
Non la conosco più. Quanta superbia!
Chi diavol l'ha arricchita in questa forma?
Io non vorrei, che questa frasconcella…
Forse qualche milord… Ma saprò tutto.
(esce)

 


Scena 3
Renzo fuori di sé, e Truffaldino

NB In grigio sono riportate le battute che riguardano l'improvvisazione attoriale.
NB Truffaldino: dialetto veneziano, Renzo: italiano.

Renzo No, che donna non v'è, che di bellezza
avanzi quella statua, ch'ebbe forza
di tener fin'ad or questi occhi fisi
sempre conversi in lei, nel mio giardino.
Quanta smania mi sento! Or chi direbbe,
che il sprezzator sdegnoso d'ogni donna
caduto fosse in un amor sì ardente
per una donna da scarpello industre
d'una pietra formata? Ah, tu il dicesti,
Calmon, che debolezza in uman core
è grande troppo, e che fra pochi istanti
io proverei, qual forza abbia una statua.
Vaglian questi tesori. Io da' confini
farò venir del mondo negromanti,
che diano vita al simulacro amato.
L'oro può tutto; disperar non deggio.
Truffaldino (dietro le quinte, chiama) O di casa. Renzo, dove sei? Asino, becco cornuto, ec.
Renzo Mi sembra di sentire la voce di Truffaldino; non credo che avrà fronte di comparirmi dinnanzi dopo avermi scacciato, ec.
Truffaldino (entra) Ciao Renzo, perché non rispondi? (si leva il grembiale da salsicciaio, si rassetta) Renzo, sei in tavola?
Renzo Che temerità è questa? Che sei venuto a fare?
Truffaldino A mangiare, bere, dormire, ec.
Renzo Hai forse dimenticato di avermi scacciato di casa con quell'asinità la sera innanzi?
Truffaldino Mi ricordo benissimo; che domanda sciocca è questa in bocca d'un filosofo?

Renzo Quale franchezza; voglio sapere, perché mi hai scacciato, anche se la domanda è sciocca.
Truffaldino La cosa è naturalissima, e patente. Ti ho scacciato, perché eri un orfano, pitocco, che non aveva nulla da farsi mangiare alla luce del sole.
Renzo (stupisce sempre maggiormente della franchezza) E dopo una tal azione hai coraggio di venir in casa mia?
Truffaldino (ride sgangheratamente) Sciocca ricerca, vuota di moderna filosofia.

Renzo (in ismania delle risa di Truffaldino) Voglio sapere, come hai avuto fronte di venire.
Truffaldino Perché ho saputo, che sei diventato ricco, e che hai modo di lasciarti mangiare, e rubare assai da chi ha appetito, e vizi come me. (ride) E non mi so dar pace di così stolida ricerca, che non sarebbe stata fatta ne' secoli più ignoranti.
Renzo (sulle furie)
Truffaldino Sei matto; informati con tutto il mondo sincero, e illuminato; ognuno ti risponderà, che i pitocchi si scacciano, e che ai ricchi si mangiano le viscere, sino che sian pitocchi; questo è il giro della macchina mondiale.
Renzo (si mette a ridere) Non ho sentito mai un filosofo più franco. (a parte) Sarei voglioso di trattenerlo, perché la sua sincerità non mi dispiace; ma lo scaccerò per l'animo cattivo. (a Truffaldino; lo sgrida) Quale scellerata sfacciataggine, ti farò bastonare, se non parti.
Truffaldino (tra sé) Mi ricordo d'aver fallato nell'ordine, mi ricordo, che la sincerità mi fruttò male anche con Tartaglia. Cambierò. (corregge se stesso; a Renzo) Sì, Renzo hai ragione, ma ti chiedo di permettermi un momento, e mi rimetterò sulla buona regola.

Renzo Balordo non intendo nulla: che diavolo vuoi dire?
Truffaldino (si rimette fuori della porta, chiede con voce dolce, e timorosa, se si possa entrare, poi entra con umiltà, col cappello in mano, col collo torto) Chiedo con tutta la sommessione caricata perdonanza d'aver fatto la bricconata di scacciare dalla mia casa un oggetto, il quale per tutti i riguardi onorava il mio povero tugurio, e meritava d'esser rispettato, ed amato; in quel punto ero briaco, ec. Pentito del mio fallo, son venuto dolente a protrarmi a' suoi piedi, fatto coraggioso dalla fama del suo animo pietosissimo, generosissimo, eccellentissimo, ec. (s'inginocchia) Cerco l'onore di poter servirlo sino alle ceneri, ec. (scena d'adulazione caricatissima. Poi chiede a Renzo) Così va bene?
Renzo Balordo. (a parte) Non so capire, se Truffaldino è sciocco, o furbo. Lo terrò, perché mi diverte; (a Truffaldino) Va bene, se seguiterai sempre così, non ti scaccierò. L'aver un buffone è cosa decorosa ad un mio pari; Truffaldino, seguimi. (esce)
Truffaldino (sue riverenze, e cerimonie affrettate. Da sé) È una gran disgrazia il non poter essere onesto, e di cuore aperto colle persone ricche. (lo segue con atti d'adulazione caricati)

 


Scena 4
Reggia da una parte con verone, palagio dei gemelli dall'altra con verone
Pantalone, e Tartaglia in berretta da notte sul verone con cannocchiale

Tartaglia Io non so, come sia stata questa faccenda. Pantalone, io credo di dormire, di sognare, o d'essere a una commedia di trasformazioni. Non ho mai creduto, che un palagio possa nascere in una notte, come un fungo.
Pantalone Mo l'è nato lu, Maestà, e de che pegola! E mi, povero diavolo, vegnindo iersera a scuro in corte, camminava in pressa, perché saveva, che la piazza gera libera, e ho dà un tossi in tela muraggia de quel palazzo, che, se no gaveva sta poco de panza, che me tolesse la botta, fava una fugazza del viso. Ohe, ho zavarià mezz'ora a trovar el buso de vegnir alla reggia.
Tartaglia (guarda col cannocchiale) Gran belle logge! Gran belli colonnati! Gran bella architettura! È più bella del Culiseo di Roma.
Pantalone Bisogna veder i patroni del stabile, Maestà, per farse maravegia.
Tartaglia Li hai tu veduti? Sono dei, o diavoli, Pantalone?
Pantalone Un putto, che xe un armellin, una ragazza, che xe un botirro, Maestae; son seguro, che, se la la vede, ghe passa tutte le malinconie.
Tartaglia Non mi toccar questo punto, che mi risvegli il dolore. Non sarà mai vero, ch'io lasci di piangere la mia cara Ninetta! (piange)
Pantalone La tasa. La fazza grazia, la varda quel tocco.

 


Scena 5
Barbarina, e Smeraldina, e detti, poi Tartagliona e Brighella

Smeraldina Il re sopra il verone! Barbarina,
ritiriamci, andiam via.
Barbarina Quello è il monarca?
Che importa a me? Di non vederlo io fingo;
poi non ho soggezione di monarchi.
Tartaglia (guardando col cannocchiale) Pantalone, Pantalone, che bel viso! Che belle manine; mi sento brillare il cuore, la malinconia fugge.
Pantalone Se non gh'è caso, Maestae; co se vede de quei musi, se rallegra anca i indebitai sin alle çegie.
Smeraldina Barbarina, andiam via, che il re vi guarda
col cannocchial. Coi re ci vuol prudenza.
Barbarina Oh, tu cominci ad esser petulante.
E bene, ho qualche cosa che dispiaccia?
Lascia, che guardi pur. Tu vederai,
con una ritirata a tempo, accenderlo
sì, che non sappia più quel, che si faccia.
Tartaglia Pantalone, Pantalone, che bel bocchino! Che bel seno! Sento, che mi dimentico della quondam Ninetta.
Pantalone (a parte) El s'ha infilzà ben presto. E se le parole del poeta fusse vere? Oh giusto. Lassemo, che el se solleva. I ministri de corte no deve contrariar alle passion dei monarchi, anzi coltivarle. (a Tartaglia) Maestà, mo cossa ghe par de quella conzadura? Del bon gusto de quel vestir?
Smeraldina Barbarina, andiam via, ch'egli vi tira
tanti d'occhiacci addosso. S'ei s'accende,
i principi han le mani lunghe assai.
Vergognatevi, andiamo.
Barbarina Oh, tu mi stanchi.
Lascia, che s'innamori; è quel, ch'io cerco.
Dimmi, non è egli vedovo?
Smeraldina Eh, scusate;
queste son presunzioni troppo grandi…
Barbarina Che! Taci, temeraria; ei non è degno
di possedermi.
Tartaglia Quella è un'acconciatura di Carletto; il vestiario è di ricca, e vaga invenzione del Canziani. Pantalone, sono innamorato, come un asino; non posso più; guardami gli occhi; credo di buttar fuoco. Che bella creatura! Vorrei salutarla, vorrei dirle qualche parola, e mi vergogno; ho paura, che non mi corrisponda. Sono diventato un bambino all'improvviso, ho perduta tutta la gravità monarchesca.
Pantalone Come, Maestà? Non la se avvilissa; la lo gaverà per onor grando de esser vardada con clemenza da ella; no la daga in ste bassezze de spirito. Un baciamano d'un monarca ha da far buttar zo tremille ragazze dai balconi.
Tartaglia Mi provo, Pantalone, mi provo.
Pantalone Ghe raccomando la gravità, Maestae.
Tartaglia (fa un baciamano con gravità caricata)
Smeraldina Noi veniamo alle brutte; ei vi saluta.
Barbarina Guarda, ed io non mi degno di guardarlo.
(si volta con isprezzo dall'altra parte)
Tartaglia Un buco in acqua. Pantalone, io sono disperato.
Pantalone Mo l'è ben superba quella petazza!
Tartaglia Non ho più testa, Pantalone; insegnami due parole graziose di quelle tue veneziane da dirle. Fammi il ruffiano per carità.
Pantalone Grazie della carica, Maestae. A Venezia se fa l'amor alla francese, o all'inglese; su sto merito no so più gnente.
Tartaglia Aspetta, aspetta: voglio incominciare a introdurmi con spirito, e brio. Bella giovine, sentite questo scirocco? Ah, Pantalone?
Pantalone Sior sì; sto introito l'ho sentì molte volte, e l'ha abuo anca spesso un bonissimo esito.
Barbarina Voi sentite il scirocco, ed a me sembra,
signor, che le parole, che voi dite,
faccian, che spiri un'aria molto fredda.
Smeraldina Uh, che insolente! Al re queste risposte!
Tartaglia M'ha risposto, m'ha risposto con un'insolenza graziosa, Pantalone; e viva. Voglio proseguire con un'acuta, e gentile proposta, allusiva alla sua bellezza. Il sole questa mattina è levato molto risplendente.
Pantalone Megio; no la gha bisogno de suggeridori, Maestae. La sa far l'amor, che la minia.
Barbarina Il sol, che leva risplendente, sire,
non è sempre benefico per tutti.
Pantalone (a parte) La gha dà la botta da galantuomo. Oh l'è navegada sta frascona.
Tartaglia O che spirito! O che diavolino! Ardo tutto, non posso più resistere; bisogna, che prenda moglie in secondi voti. Sono tutto allegrezza. Ho piacere di non aver impedimenti, e che la quondam Ninetta sia morta. Perdono tutto alla signora madre. (entra Tartagliona con Brighella) Eccola, eccola. Signora madre, signora madre, la potenza di Cupido m'ha fatto cambiare temperamento; vi voglio bene. Venite a vedere questo mostro di bellezza.
Pantalone (a parte) Ih, ih, ih, fogo in camin, fogo in camin.
Barbarina Che ti par Smeraldina? A una mia pari,
è impossibil, che reggano i monarchi.
Smeraldina Siete bella, graziosa, e ricca assai,
ma che credete alfin? Manco superbia;
che qualche cosa mancherà anche a voi.
Barbarina Nulla a me può mancar; taci, sfacciata.

 


Scena 6
Brighella, Tartagliona e detti

Brighella (piano a Tartagliona)
Labbra, di questo cor chiavi sicure,
non vi scordate i miei funesti accenti.
Tartagliona (piano a Brighella) Lascia pur fare a me. (ad alta voce) Dov'è, mio figlio, quest'oggetto divin c'ha tanta forza?
Tartaglia Mirate in ricca, e portentosa mole
la bella aurora, anzi di meriggio il sole.
Pantalone (a parte) Porlo esser più cotto? El parla insin colla so rimetta.
Tartagliona Bella; nol so negar. (a Barbarina) Figlia, io contemplo
nelle vostre fattezze un bell'oggetto.
(basso a Brighella) Ora le ficco i tuoi detti tremendi.
(a Barbarina)
"Voi siete bella assai; ma più bella sareste,
s'un de' pomi, che cantano, in una mano aveste".
Tartaglia Uh, che diavol trovate, madre antica?
Pantalone Questo xe ben cercar el pelo in tel vovo.
Barbarina (smaniosa a Smeraldina)
E fia possibil, Smeraldina! Ahi lassa!
Dunque il pomo, che canta, io non possiedo?
Smeraldina Non vel diss'io, che qualcosa vi manca?
Tartagliona (basso a Brighella) Poeta, attento; l'opera compisco.
(a Barbarina)
"Figlia, voi siete bella; ma più bella sareste,
s'acqua, che suona e balla, nell'altra mano aveste".
Tartaglia Oimè, stitica madre, che trovate?
Pantalone (a parte) Ghe manca el pomo, che canta, e l'acqua, che sona, e balla?
Barbarina (furiosa)
Quai rimproveri a me? Perisca il mondo,
ma non si dica mai, ch'acqua, che balla,
ed il pomo, che canta, io non possieda.
(esce con impeto)
Smeraldina E le stelle in guazzetto, ed il sol fritto. (esce)
Brighella (a parte)
Gran forza in uman core ha vanitade,
e gran possanza ha poesia sull'alme!
(esce)
Pantalone (da sé) El fio xe deventà pallido. La marantega giubila; me cavo dal fresco, che per un poco d'acqua, e un pomo, no vogio esser spettator su sto pergolo de tragedie, e de sangue tra mare, e fio. (esce)
Tartaglia Madre tiranna, voi non siete paga,
se non fate crepare i vostri parti.
Tartagliona E che ti feci, figlio temerario?
Tartaglia (minaccioso) Se non foste mia madre… Viva il cielo…
Tartagliona Fermati, scellerato; che ti feci?
Tartaglia Voi per invidia dell'altrui bellezze
mandaste a rischio il mio dolce conforto
di lasciarvi la pelle. E non v'è noto,
qual sia mortal periglio il grand'acquisto
di quel musico pomo, di quell'acqua
d'oro, che suona, e balla? Brutta vecchia
mai scordate, che Berta più non fila,
e con la cispa agli occhi, e senza denti,
superba, e vana ancora, vostro figlio
perseguitar volete insino a morte.
Che pretendete? Ch'io non abbia moglie?
O che alla fin deva sposar mia madre?
A che mi partoriste? A che nel core
non mi ficcate il spiedo dell'arrosto,
e non mangiate le infelici carni
che generaste al mondo? Io maledico
il punto, in cui da un utero sì indegno
nacqui infelice a un scettro, a un trono, a un regno.
(esce collerico)
Tartagliona Pur ch'io sia salva dal destino oscuro,
che 'l poeta minaccia,
fremi pur, figlio audace, io non mi curo.

 


Scena 7
Sala del palagio dei gemelli
Renzo con pugnale in mano nel fodero, e Truffaldino

NB In grigio sono riportate le battute che riguardano l'improvvisazione attoriale.
NB Truffaldino: dialetto veneziano.

Renzo (fanatico)
Ah, dimmi, Truffaldin; vedesti mai
più bella creatura della statua
del mio giardin? Dì il ver, non adularmi.
Truffaldino (adulando) Lode in grado estremo alla creatura dell'eccellentissimo Renzo. (a parte) Non ho mai visto un matto simile, innamorato d'una statua. (ride)
Renzo Chiunque vedrà quella bellezza,
dì, Truffaldin, non scuserà il mio amore?
Truffaldino Anzi sarà lodato il suo amore da tutti; il suo è il vero amor platonico. Son stato anch'io innamorato di qualche statua, la quale però non aveva le carni tanto dure, come quella. (a parte, sua derisione)
Renzo Dimmi, quand'io piangeva inginocchiato
innanzi alla mia statua, udisti a sorte
quel, che mi disse quell'Augel belverde,
che mi comparve, e favellò sì chiaro?
Truffaldino Non ho udito nulla; non so, chi sia questo Augel belverde.
Renzo L'Augel belverde non conosci, amante
di Barbarina? Nol vedesti, sciocco?
Truffaldino Non so nulla di queste belle meraviglie. (a parte, ride di tali amori)
Renzo Ah, sei pur ignorante! E non vedesti
questo pugnale, che mi fu scagliato
innanzi ai piedi, mentre ch'io piangeva?
Truffaldino Non so né di voce, né di Augello, né di coltello. (a parte) Renzo è matto, ma matto da catene, ec.
Renzo (da sé) Ah, che dovrò pensar sulle parole
dell'Augello belverde, che m'apparve,
che negò palesar di chi son figlio,
di soli arcani empiendomi la mente?
Quali non deggio ricusar perigli?
E quali son questi perigli estremi
per ottener, che il simulacro viva?
E qual di questo portentoso ferro
uso far deggio? Io son fuor di me stesso.

 


Scena 8
Barbarina, Smeraldina, e detti

NB In grigio sono riportate le battute che riguardano l'improvvisazione attoriale.
NB Truffaldino: dialetto veneziano.

Barbarina (in furore, trattenuta da Smeraldina)
Lasciami, Smeraldina. Io mi credea,
che nulla a me mancasse, e sofferire
non puote, anzi non deve una mia pari
non posseder il pomo virtuoso,
e l'acqua filarmonica, che balla.
Smeraldina Ma, cara figlia, se non v'è rimedio.
Chiunque acquistar volle quelle cose,
miseramente è morto; non v'è caso.
Barbarina Morto, o non morto, facile, o difficile,
io devo posseder l'acqua, che danza,
ed il pomo, che canta, e il mondo pera.
Renzo Fuor di se stessa è la sorella mia;
che mai sarà! (a Truffaldino) La vedi, sai tu nulla?
Truffaldino Sarà per amore dell'Augello belverde, o si sarà innamorata di qualche denonzia secreta, ec. (a parte, sue risa)
Barbarina Ah, Renzo, ah, mio fratello, io son nel mondo
più sfortunata di qualunque donna,
un oggetto da nulla, il scherzo, il riso
il ludibrio d'ognuno, che mi guarda.
Renzo Che t'avvenne, sorella? Qual sventura?
Che dici mai? Questo non è possibile.
Barbarina È possibil pur troppo. Il raro albergo,
e le immense ricchezze d'oro, e gioie,
e la bellezza, che possiedo, e i servi
non vaglion nulla. Fui rimproverata
di non aver l'acqua, che balla, e il pomo,
che canta, in mano, e che per ciò non supero
di splendor l'altre donne. Ti par poco
questa disgrazia mia? Deh, Renzo amato,
per quanto ami la vita della suora,
non mi lasciar senza i due rari oggetti;
che indispensabil cosa è il possederli.
Truffaldino Certo il pomo, che canta, e l'acqua, che balla, sono due cose più necessarie del pane, che si mangia; bisogna compiacere la dama sorella. (a parte sue risa sugli amori, e le stravaganze di due bastardi arricchiti)
Renzo Ma, Barbarina, non sapete, come
queste cose acquistar non è possibile?
Che a certa morte corre chi al gran rischio
si mette d'acquistarle? Ah, vanarella,
apri quegli occhi, e del fratel la vita
ti stia più a cor d'un poco d'acqua, e un pomo.
Barbarina Ah, barbaro fratello! Io ben sapeva,
che non m'amasti mai. Serva, sostienimi…
Già mi palpita il cor… Mi gira il capo…
Tutta convulsa io son… Sugli occhi un velo…
m'abbarbaglia la vista… Ti ricorda,
fratel, che avesti core a una sorella
l'acqua, e il pomo negar, per cui sen muore.
(sviene; Smeraldina la sostiene)
Smeraldina Maledette ricchezze, che il cervello
levano a questo segno. Barbarina,
mia cara Barbarina, via, coraggio;
deh non morite; il popolo si ride
di vedervi morir per acqua, e pomi.
Truffaldino (a parte, sue risa sgangherate ec. Indi si mostra affaccendato pel male della dama)
Renzo Or tutto intendo. Ecco i perigli, ch'io
non devo ricusar, per quanto disse
l'Augel belverde, ed ecco del pugnale
chiaro l'arcano. Io dar principio deggio
alle imprese tremende, per le quali
deve aver vita il simulacro amato.
Debil è la sorella, ed io stupire
della sua debolezza già non devo,
se per amor d'un simulacro piango.
Sorella, ti conforta; o il raro pomo,
e l'acqua portentosa avrai fra poco,
o tuo fratello non sarà più vivo.
Barbarina Respiro, oimè; fratello, ti ringrazio;
deh non morir, ma acquista il pomo, e l'acqua.
Renzo (trae il pugnale)
Questo lucido ferro tu conserva;
io vado ad appagarti. Ogni momento
sfodera il ferro; insin ch'egli risplende,
vive il fratello tuo; s'egli apparisce
lordo di sangue, tuo fratello è morto.
Truffaldino, mi segui a questa impresa.
Truffaldino (qualche sua difficoltà, ec.)   
Renzo Seguimi, o in casa mia più non venire. (esce furioso)
Truffaldino (a parte) Mi regolerò con prudenza sul fatto; non voglio esser privo di stare in una casa di padroni matti, tanto ricchi, i quali naturalmente anderanno in malora colla fortuna mia. (qualche caricatura drammatica verso Barbarina, e la moglie) Canterei un'arietta, ma son raffreddato, e non ho tempo, ec. (esce)
Barbarina (allegra)
Ho vinto, Smeraldina. Al ciel si mandino
preci divote. Ricchi sacrifizi
faremo ai numi. I numi la mia brama
appagheranno, e non vorran, ch'io resti
mortificata, e i dì meni funesti.
(esce)
Smeraldina Questa è quella filosofa, che tanto
ridea dell'amor proprio; or ch'ella è ricca,
sacrifica la vita del fratello,
e per aver l'acqua famosa, e il pomo,
ubbidienti vuol per sino i dei.
Oh che bel tomo! Ognun si specchi in lei.
(esce)

 


Scena 9
Sepolcro sotterraneo di Ninetta
Ninetta, Uccel belverde con fiasco, e cibo

Augel O Ninetta, Ninetta, caccia la noia al bando:
chi vive con speranza, non muor sempre sperando.
Le fatali avventure a incominciar si vanno,
dalle quali dipende il nostro acerbo affanno.
Prendi il solito cibo; il mezzodì, ch'or suona,
del tuo sepolcro forse è l'ultima tua nona.
Ninetta Ah, caro Augello, tu mi metti in forse
La mia felicità. Deh dimmi in grazia,
quai sien queste avventure, e non tenermi
viva tremando in mille morti avvolta.
Augel Cara Ninetta amabile, per or solo ti dico,
ch'io t'amo co' tuoi figli, e pur vi son nimico;
e nimico a me stesso pur sono sventurato!
Così vuole il destino, l'orco, che m'ha cambiato.
Sappi, che ragionare posso senza far male
per tutto, e con chi voglio, fuor che al colle fatale.
In sul colle dell'orco, dov'abito di stanza,
le mie parole sono di tremenda sostanza.
Lungi di là non posso dar providi consigli,
né dir a' tuoi gemelli posso, di chi son figli.
Sono imminenti incesti, sposalizi esecrandi…
i padri con le figlie… cose grandi, ma grandi!
Ahi che troppo ti dissi. Volo al mio colle in fretta;
tu al buco della scaffa rimanti, spera, e aspetta.
(parte)
Ninetta Che intesi mai!… ma non intesi nulla.
Superni alti consigli,
lungi dal mio consorte,
lungi dai cari figli,
diciott'anni di morte
non mi bastano ancora?
O buco, o buco della scaffa, quanto
mi terrai qui sepolta in doglia, e in pianto?
(si chiude)

 


Scena 10
Voce di donna, Renzo, Truffaldino, Pomi che cantano, e Acqua che danza

Rappresenta il giardino di Serpentina fata. Nel fondo da una parte arbore con pomi, dall'altra parte grotta con portone stridente, e che si chiuda ed apra con impeto, e romore. Alla bocca della grotta alcuni cadaveri per terra, parte scarnati, parte interi. Sentesi una voce di donna.
NB In grigio sono riportate le battute che riguardano l'improvvisazione attoriale.
NB Truffaldino: dialetto veneziano, Renzo: italiano.

Voce Fere, che l'arbuscello de' miei pomi guardate,
porta, che l'acque serbi, danzatrici, dorate;
nuove insidie a voi giungono; tenete aperti gli occhi,
sicchè l'acqua, ed i pomi nessun mortal mi tocchi.
Chi a voi non s'avvicina, vada pel suo cammino;
ma dagli usurpatori serbate il mio giardino.
Renzo Per quanto mi fu detto, è quello il giardino della fata Serpentina, dove si dice esservi l'acqua d'oro, che suona, e balla, e i pomi, che si dice, che cantino. (a Truffaldino) Senti suoni, e canti, e vedi pericoli?
Truffaldino Non sento né suoni né canti, né vedo pericoli; credo che sian favole per far timore ai fanciulli, acciò non vengano a rubare i pomi, ec.
Renzo Dunque innoltrati, ed empi l'ampolla dell'acqua.
Truffaldino (s'invia, fa due passi mentre si sente un'armonia di suoni. Truffaldino sorpreso ritorna adagio col dito alla bocca, fa cenno a Renzo, che taccia)

Renzo (fa gli stessi cenni muti a Truffaldino. Segue sinfonia, alla quale riponde il canto de' pomi sull'albero)
Pomi Coro di pomi:
O cupidigia umana,
quando paga sarai?
Deh, fuggi, e t'allontana,
goditi quello, c'hai,
né ricercar di più.
Due pomi Ah, che non val consiglio
degli uomini nel seno.
Ciechi sono al periglio,
non ha ragion più freno,
perduto hanno il sentier.
Un pomo Qual forza ha mai ragione
sull'alme innamorate?
Pietà, compassione?
Stelle, deh voi serbate
chi cieco segue amor.
Coro di pomi O cupidigia umana,
quando paga sarai?
Deh, fuggi, e t'allontana,
goditi quello, c'hai,
né ricercar di più.
Renzo (stupori di Renzo e Truffaldino; a Truffaldino) Vai a spiccar uno di que' pomi.
Truffaldino Andrò, e procurerò di spiccar quello, che compatisce l'anime innamorate; son stato attento, ed ho notato qual è; lo credo però una poma. (s'avvicina ai pomi, poi,  spaventato corre a Renzo)
Renzo Che sia? (infuriato) Vai a empir l'ampolla dell'acqua.

Truffaldino (va, ritorna subito)
Renzo (collerico mette mano alla spada, lo minaccia) Prendi l'acqua, e frattanto io prenderò il pomo.
Truffaldino (si fa coraggio, dopo lazzi va verso l'acqua)

Renzo (colla spada si fa coraggio. Stridore e tuono; dà nel petto a Truffaldino, il quale fa vari giri, e cade tramortito, spezzando l'ampolla)
Misero servo, e me infelice! Ahi stolto,
non mi disse Calmon, che ne' perigli
Calmon chiamassi, e mi sarebbe amico?
Calmon, Calmon, soccorri un disperato.
(tremuoto, oscurità, lampi, prodigi ec.)

 


Scena 11
Calmon statua, Renzo, e Truffaldino

NB In grigio sono riportate le battute che riguardano l'improvvisazione attoriale.
NB Truffaldino: dialetto veneziano.

Calmon Dov'è filosofia? Renzo, che fai?
Tanto può l'oro, e la ricchezza tanta
forza ebbe in due filosofi in un punto,
ch'una per vanità di meraviglie
caccia a morte il fratello; e l'altro, stolto
d'amor per una femmina di sasso,
più non cura la vita, ed è superbo
a tal, che ne' perigli insin si scorda,
o non si degna di voler soccorso
da chi ricco lo fece, ed è suo amico?
Renzo Simulacro, perdon. Ti prego, tronca
i rimproveri tuoi, dammi soccorso.
Veggo, che tutto puoi. Ritorna in vita
Questo servo infelice. Fa, che acquisti
il desiato pomo, e l'acqua rara,
e fa, ch'io sappia, i genitor chi sono;
ma sopra tutto umilmente ti chieggo
d'animar del giardin, che ci donasti,
se quel sasso animato non possiedo.
Calmon Renzo, il tuo servo non è morto, e solo
stordito giace, e già si scuote, e sorge.
Il pomo acquisterai…
Truffaldino (suo spavento sentendo parlare la statua ec.)
Renzo O generoso! Io pronto t'ubbidisco. (spicca il pomo)
Parlerà meco il sasso? Ah, che di tanto
pago sarò, né più ricerco, amico.
Qual mai fia dolce cosa a questo seno
il favellare al caro simulacro,
e udir dalla sua lingua i sentimenti
verso me del suo cor! Come riceva
dell'amor mio gli accenti, ed i sospiri,
il sentir, s'ella m'ami, e mi sia grata!
Calmon Folle! Avverrà ciò, che tu brami, e sete
di maggior cose avrai. Mal dotto amante
tu sarai, come gli altri. Una favella,
un detto affettuoso d'un bel labbro
la fiamma accresce, e ardente, e ingordo, e audace
l'uom non s'appaga. Scarso alleviamento
è nell'udito un suon dolce dell'aura.
Non han giammai confin nell'uom le brame.
Felice lui, se le sue brame ingorde
saran per beni a' sensi ignoti, e lunge
dalla vista mortal, tra il fango avvezza.
Truffaldino (entra coll'acqua) Ho visto cose grandi. Quanta fatica ho avuto a raccoglier l'acqua, che ballava. Quanti concerti ho sentito, ec. Sento l'acqua, che vuol ballare, ec.
Renzo: Per or m'occupa solo udir la voce
del simulacro amato; altro non curo.
(esce)
Truffaldino L'intento è avuto.

 


ATTO QUARTO
Sala de' gemelli

Scena 1

Renzo, e Pompea statua

Statua di donna, vestita riccamente, a cui si vedano mezze gambe, le mani e metà delle braccia, il viso, il capo, e il seno di marmo, posta sopra un piedistallo in pittoresca, e comoda figura.

Renzo Qui in questa soglia dal rigor de' nembi,
dalle rigide brume, dalle nevi,
dal sol cocente, amato simulacro,
salvo ti rendo. Quelle ricche vesti,
donde le belle membra ricopersi,
effetto son di gelosia crudele,
ch'altri, mirando tua bellezza intera,
nella felicitade a me s'uguagli.
Odi i lamenti miei. Deh, se la vista
Di questi occhi beasti, il tuo bel labbro,
come Calmon, non è molto, promise,
soavemente dall'udito al core
mandi la voce a ravvivar quest'alma.
Dimmi, idol mio, sei grata a tanto affetto?
Pompea Il mio nome è Pompea. Di sangue illustre
fu la nascita mia. Diede l'Italia
aura al mio respirar. Dove più regna
voluttà smoderata, ove si sprezza
più la saggia canizie, ove si cerca
leggerezza ne' libri, e corruttela,
più che soda virtù, s'ergon le mura
della città, dov'ebbi albergo, e vita;
(piangente) quella vita, che vedi, e che più vita
chiamar non posso, e sol chiamar si deve
vita, morte, sepolcro, e inferno insieme.
Renzo (disperato)
Ben mi disse Calmon: "Il tuo tormento
farà maggiore il bel sasso, che parli".
Dimmi, Pompea; se fossi in carne umana,
che nodo coniugal stringner potesse
la nostra sorte, m'ameresti, o cara?
Pompea (con sospiro)
Oh Dio, sì t'amerei. (piangente)
Deh, ingrato, almeno
non destar un desio vano a sperarsi
per raddoppiar le angosce a un'infelice.
Renzo Tu m'ami? Ahi voce, che il mio cor rallegri,
e laceri in un punto. Io sofferire
dovrò, che duro marmo sien le vaghe
membra di lei, che m'ama? Ah no; si cerchi
l'Augel, da cui dipende il sacro arcano
del cambiamento di costei, che adoro.
Pompea Tu promettesti pure, il so, esser pago
d'udir sol la mia voce, ed or nol sei.
Generoso garzon, lascia, ch'io sola
Soffra la sorte, all'error mio castigo.
Non espor la tua vita al gran cimento.
Renzo Ben spietato sarei, se t'ubbidissi. (in atto di partire)

 


Scena 2
Truffaldino da viaggio con frusta da postiglione, Renzo, e Smeraldina

NB In grigio sono riportate le battute che riguardano l'improvvisazione attoriale.
NB Truffaldino: dialetto veneziano, Renzo: italiano.

Truffaldino (scoppiando con la frusta frettoloso) Allon, allon; tutto è in punto; non è più tempo da perdere, non si perda a far all'amore coi sassi, ec.
Renzo Che sia, dove vado, che faccio? ec.

Truffaldino È arrivato il diavolo benefico, che spinge soffiando di dietro, che altre volte favorì il re Tartaglia, e lui. Il colle dell'orco, dove sta l'Augello, non è lungi, che tremila miglia; tutto è pronto, la cosa batte in freddure, bisogna consolar la povera Barbarina, e andare all'acquisto dell'Uccello, ec. (a parte; sue risa delle pazzie)
Renzo Sì, Truffaldino; io già m'era risolto
d'andare a quest'impresa. Ecco la serva,
tua consorte, che vien.
Smeraldina Aiuto, aiuto.
Renzo Smeraldina, non più. Vado all'acquisto
dell'Augello belverde. Tutto intesi,
già vo' saper di chi son figlio; e voglio
chi adoro liberar dal carcer duro,
e in punto appagar la suora mia.
Dille, che spesso quel pugnale osservi,
che, sino ch'ei risplende, il fratel vive,
che, s'egli è sanguinoso, è morto. Addio.
(esce)
Truffaldino Che, s'egli è sanguinoso, è morto. Addio. (l'abbraccia battendo la frusta)
Smeraldina O quanti matti al mondo! O qual'intrico
è questa vita, che bramiamo tanto!

 


Scena 3
Tartaglia, Tartagliona, Pantalone, e Brighella

Tartaglia (fugge dalla madre)
Tartagliona Figlio, non mi fuggir.
Tartaglia Signora madre,
v'ho scacciata dal cuor, più non vi soffro;
andate a farvi seppellir, ch'è tempo.
Tartagliona O figlio d'una strega, bricconaccio, (rabbiosa)
becco cornuto, sono stanca al fine,
non voglio, che tu sposi una bastarda,
che non si sa, chi sia. Nuore non voglio,
che sien bastarde, e diventar la nonna
di qualche discendenza vergognosa.
Tartaglia Io non so di bastarde, o non bastarde;
so ben, che non vorreste esser mai nonna.
Sangue di Malacoda, son monarca,
voglio sposarmi a chi mi pare, e piace,
e voi sposate il diavol, che vi porti.
Tartagliona O canaglia, brigante! Ho inteso tutto.
Io voglio far pagamento di dote,
e farti un conto al sei per cento addosso,
che ti porterò via sin le brachesse.
Tartaglia Capisco, via. Questi sono consulti
di quel vostro canaglia di poeta,
che cerca farvi fare il testamento.
E voi credete, che per voi sospiri,
vecchia senza giudizio. Non vi temo.
Io vi noterò tanto d'interdetto,
vi pianterò ventiquattro conversi,
ed averò avvocati sì valenti,
che vi faran crepare sulla panca,
e quel vostro poeta pidocchioso
lo caccerò coi calci nel preterito
a scriver le canzon per la regata.
Tartagliona Ben, ben, ci toccheremo le gambette.
Leverò fra mezz'ora un vadimonio,
ed a cauzion farò bollarti il regno,
e sino i denti, ch'hai nelle mascelle.
Vedrem, se allor mi porterai rispetto.
Ah, non doveva maritarmi mai:
questo è quel, che s'acquista a far dei figli.
(piange)
Tartaglia Andate a sequestrar Monterotondo,
e a farmi diventare un re fallito;
non bado al lagrimar dei coccodrilli.
Pantalone (frettoloso) Maestà, Maestà, cose grande, ma grande. La se reconcilia con la siora madre; xe superflue le dissension domestiche; no gh'è più tempo. Vegno adesso dal palazzo dei do incogniti; no i ghe xe più. Tutto spira orror, morte, catafalco, sepoltura.
Tartaglia (disperato)
Or sarete contenta. O Giove, o Giove,
o Mercurio, o Saturno, o ciel nimico!
Vado a ficcarmi un spiedo nel bellico.
(esce furioso)
Pantalone Un speo in tel bonigolo! Mo se Pantalon no deventa chiompo, no nascerà miga sto spettacolo, vedè. (esce correndo)
Tartagliona La cosa va pulito. O gran poeta!
Dalle minacce salva esser dovrei.
Brighella I xe tutti al colle dell'orco, maestoso mio affetto; no i doveria più tornar a casa.
Tartagliona Così fia senza dubbio. Il re mio figlio
è per ficcarsi un spiedo nel bellico.
Palesar mi convien con mio rossore,
poeta insigne, ch'io ti sono amante.
Brighella Grazie, che a pochi il ciel largo destina. Peraltro, Maestà, la permetta, che ghe digha. La cosa no pregiudica gnente; l'è un atto de semplice prudenza. La fazza subito el so testamento.
Tartagliona Non mi parlar giammai di testamento.
Tu mi conturbi con presagi mesti.
Amami, e scrivi; i tuoi dover son questi.
(esce)
Brighella No gh'è remedio; no la vol sentir testamento. Xe ben vero, che sti zemelli doveria restar al colle dell'orco, dove so, che el diavolo, sorastante alle smoderate passion umane, ghe va supiando da drio. Tuttavia la cabala me risponde un poco scuretto, e prevedo za, che, anca se le cosse va felicemente, el povero poeta averà sempre sta resposta: "Amami, e scrivi; i tuoi dover son questi". El ciel me defenda da una patente ad honorem. (esce)

 


Scena 4
Renzo, Truffaldino, Augel belverde

Colle dell'orco con palagio nel fondo. Innanzi alla porta Uccel belverde sop'una gruccia con catenella ai piedi. Alcune statue sparse per il colle. Un foglio piegato in terra.
NB In grigio sono riportate le battute che riguardano l'improvvisazione attoriale.
NB Truffaldino: dialetto veneziano.

Renzo Non si poteva giunger più veloci.
Truffaldino Ho provato ancora in mia gioventù la virtù di quel diavolo dietro.
Renzo Questo è il colle dell'orco certamente.
Veggo colà l'Augel bramato starsi,
né alcun periglio miro. Truffaldino,
fa diligenza, guarda intorno intorno,
se vedi fiere, draghi, orchi, o serpenti.
Truffaldino (guarda intorno) Non vedo né meno una formica: però non si vedeva neanche il pomo, e l'acqua, e poi erano saltati fuori; (a Renzo) le consiglio a chiamare Calmon, statua, in soccorso.
Renzo No, invocar non lo voglio; io non mi degno
chiamar soccorso ognor, come un fanciullo
timido, o un vecchio rimbambito, e fiacco.
Altri obblighi non voglio certamente
seco incontrar. Di quanto mi richiese
di ristauro, tu il sai, per dire il vero,
nulla feci, e nol curo. Ei, se lo chiamo,
verrà con una lunga cantilena,
e con prosopopea marmorea, e grave,
vorrà far correzion, darmi rimproveri.
M'annoia il non potere un benefizio
Ottener mai senza pretese eterne
di ricompense turbatrici, e d'obblighi,
seccate insofferibili, e indiscrete.
Togli l'Augel belverde, a me lo reca;
egli al piè ha la catena; è facil cosa.
Truffaldino Non son persuaso d'avvicinarmi all'Augello, se non chiama soccorso. Io mi vanto invano d'aver studiato la moderna filosofia. Il saper conoscere il mondo, e l'avere il proprio intento o per diritto, o per torto, è la vera felicità filosofica moderna.
Renzo Allon, briccone, a prender quell'Augello. (minacciando di batterlo)
Truffaldino Io ho un animo forte, pieno di dottrina, capace di sofferire anche dei calci nel preterito filosoficamente, per non mettermi in un pericolo, e se non chiama Calmon, non anderò, ec.
Renzo Ma che bado a costui? Le mie premure
non ammetton ritardi: a che mi fermo?
(veloce verso l'Augello; comincia a mettersi in atto di pigliarlo)
Augel Dove corri, infelice? Stolto, ingrato, che fai?
D'un insano coraggio la pena or pagherai.
Renzo Oh Dio, che sento!… Ahi quanta doglia!… Oh angoscia!…
Servo, soccorso… Ingrato son… Mi pento… (si cambia in statua)
Truffaldino (suo spavento. Corre per la scena. Non vede pericoli. Vede Renzo star duro; sue considerazioni ridicole) Se potessi aver quell'Augello, non mi curerei della disgrazia del padrone. Andrei a Venezia a far un casotto, ec. (si va avvicinando con cautela per pigliar l'Augello)
Augel Scellerato, giugnesti. Ivan prova rimorso.
D'un indole perversa sa il ciel troncar il corso.
Truffaldino Oh Dio, che sento! Ahi quanta doglia! Oh angoscia.
Tristo non sarò più; di cuor mi pento.
Tardi la man da drio; xe fuora el vento.
(si cambia in statua)

 


Scena 5
Barbarina, e Smeraldina, poi Calmon

Barbarina Credo quest'aura sì felice, o amica,
che ratte ci condusse, sia un prodigio
in favor del fratello.
Smeraldina Oh, senza fallo.
E fu un prodigio ancora il non cadere,
e il non rompersi il collo.
Barbarina Io qui non veggio
però il fratello. È questo il noto colle;
quello è l'Augel belverde. Ah, non vorrei,
Smeraldina, che Renzo per mia causa
fosse perito; il cor mi batte in seno.
Smeraldina Eh, non vi spaventate. Noi siam giunte
veloci assai. Forse il fratello vostro
non avrà avuto sì buon vento in poppa.
Barbarina No, Smeraldina, io sento nell'interno
movimenti crudeli, un pentimento,
un barbaro rimorso. Oh Dio, vorrei
trarre il pugnal, veder, se ancor risplende;
o se appar sanguinoso, e sì mi trema
la man, presaga dell'atroce vista,
ch'io nol so far.
Smeraldina Eh, fatevi coraggio.
Poco fa tanto ardire, ed or sì vile?
Barbarina Ah, coscienza maculata, amica…
Ma ben ragioni. Io coraggiosa in traccia
deggio andar d'un dolor, che mi dia morte,
se del mal fui cagione.
(trae il pugnale, che gronda sangue)
O cielo… madre!
Morto è il fratello, ed io fui, che l'uccisi.
(le cade il pugnale, sviene)
Smeraldina O poveretta me! Povero figlio!
Povera figlia! Povero marito!
(la sostiene)
Calmon Teco dispererai ne' punti estremi
tutti color, che scelgon per maestro
chi sotto al velo di svegliar le menti
coglie forza al sperar sopra le stelle.
Smeraldina Oh poveretta a me! Qui un'altra statua.
Barbarina Calmon, se di pietà più degna sono,
se al fratel giovar posso, mi soccorri.
Smeraldina Ha una gran confidenza con le statue.
Calmon Tuo fratello è perito; io gliel predissi.
Gli potresti giovar, ma a grave rischio
moralmente di morte. Io ti consiglio
a por freno all'angoscia, a sofferire
del fratel la sventura, e a ritirarti.
Non tu sola cagion sei del suo danno;
superbo, ingrato, e stolto anch'ei lo volle.
Fuor che consigli, al tuo caso presente
Calmon dar non ti può. Difficoltade
d'eseguire i consigli farà vano
quanto insegnar ti posso, e perirai.
Barbarina No, Calmon; deh ti movan queste lagrime;
bramo perire, o ridonar la vita
al fratel mio, per mia cagion perduto.
Smeraldina Anche al marito mio, bench'era un ladro…
Calmon Sorgi, e m'ascolta ben. Vedi in sul colle
l'Augel belverde? Fuor di quest'albergo
nessun nuoce, è tuo amante. Dove or posa,
fatale è a tutti. Dall'Augel dipende
la vita del fratello, del marito
di costei, che ti segue, e di molt'altri
resi infelici. In lui riposto è il lume
della nascita tua. Quello felice
esser puote per te. Può far felice
te, la corte, ed il regno, e sciorre a un tratto
molte occulte vicende, e punir gli empi,
se tu l'acquisti. Ei dentro a quelle spoglie
figlio è d'un re fatalmente cambiato.
Odimi, e nota ben le mie parole.
Chi d'acquistarlo brama, avvicinarsi
deve a lui con misura. Occhio celeste
ti vuol per essa. Sette passi, un piede,
quattr'once, un dito, e un punto, de' fermarsi
lungi da lui, chi viene al gran cimento,
né alterar d'un capel questa misura.
Giunta al confin, difficile a trovarsi,
dei con somma prestezza esser tu prima
a ragionare a lui, pronta dicendo
gli antichi versi, che in quel foglio scritti,
a te dinanzi son.
(addita il foglio, ch'è in terra; oscurità ec. sparisce)

 


Scena 6
Smeraldina, Barbarina, Renzo, Truffaldino, e Augel belverde

NB In grigio sono riportate le battute che riguardano l'improvvisazione attoriale.
NB Truffaldino: dialetto veneziano.

Smeraldina Diavol: chi mai porrassi a quest'impresa,
se non è matto? Sette passi, un piede,
quattr'once, un dito, e un punto, dee fermarsi
lungi da lui, chi viene al gran cimento,
né alterar d'un capel questa misura,
e parlar prima dell'Augello, o è gito?
Perisce ancor, chi oltrepassando il punto
parla, o fuori del punto? Barbarina,
restiam tuttedue vedove, e andiam via.
Barbarina No, Smeraldina; al gran cimento io vado. (raccoglie il foglio)
Smeraldina (trattenendola) No, cara figlia.
Barbarina (liberandosi)
Lasciami; ho risolto,
diriga il cielo i miei passi, e la vista.
(Barbarina se ne va verso l'Augello; si ferma di quando in quando co' suoi lazzi di prendere le giuste misure, e di bilanciar i passi, avanzando sempre, e aprendo il foglio)
Smeraldina (agitata)
Povera figlia!… Oimè, certo perisce.
Adagio, Barbarina; manca un passo;
mancan sol le quattr'once… il dito… il punto…
il punto, il punto solo, manca il punto.
Parlate presto; è tempo. Oh Dio, che pena!
Barbarina (legge il foglio)
"Augel belverde, che tien l'ali d'oro,
volgiti in qua, son la tua Barbarina,
che tanti monti, e campagne cammina,
per acquistarti, mio caro tesoro".
Augel O cara figlia, mia sposa, ben mio,
sono tuo schiavo; qual dolce contento!
Prendimi, e andiam, che ci attende il buon vento,
ed è compiuto ogni nostro disio.
(Barbarina lo prende con prestezza)
Smeraldina (battendo le mani) Oh che allegrezza! Brava, brava, brava.
Barbarina Augel belverde, il mio fratel soccorri.
Augel Da quest'ala sinistra una penna trarrai;
tocca le statue presto; tuo fratello averai.
Barbarina (trae la penna, tocca Truffaldino, che si trasforma)
Truffaldino (suoi scuotimenti) Io protesto di lasciar le massime filosofiche moderne, e d'essere in avvenire un galantuomo. (abbraccia la moglie ec.)
Barbarina (tocca Renzo, che si trasforma)
Renzo Cara sorella, chi mi rende in vita?
Barbarina (abbracciandolo) Chi fia per l'avvenir men folle, e vana.
Smeraldina Io son balorda; questo è il mondo nuovo.
Augel Figli, a compiere il resto andiam via consolati,
perché, se giugne l'orco, siam tutti rovinati.

 


ATTO QUINTO
Giardino delizioso 
 
Scena 1
Tutti

Vasca di fontana da una parte, dall'altra piedistallo con bacile sopra; nel mezzo tavola; di rimpetto sedie di verdura in circolo.
Tartaglia, Barbarina, Renzo, Tartagliona, Brighella, siedono sulle sedie di verdura; Truffaldino, e Smeraldina in piedi, e Augel belverde.

Tartagliona (basso a Brighella) Poeta, io mi chetai, perché il volesti.
Brighella (basso a Tartagliona)
Bisogna starghe; la mia cabala numerica risponde cusì.
Se il re si sposa a Barbarina, tutte
le miserie cadran sopra di lui;
se non la sposa, il strologo Brighella,
e le viscere sue sono in padella.
Renzo (a Pompea)
Mio ben, pur siam felici. Chi avria detto
che in una penna d'un Augel belverde
fosse tanta virtude?
Pompea (a Renzo)
Io tutto deggio
all'amor vostro, e grata, e amante sempre
sarò di voi fedel sposa ed umile.
Smeraldina (a Truffaldino) M'amerai da qui innanzi?
Truffaldino Ah, mia diletta,
io son pieno d'idee di tenerezza,
come se il primo giorno fosse questo,
che tu m'hai posto al collo la cavezza.
(le bacia la mano)
Tartaglia Ma, cospetto di Bacco, Barbarina,
voi m'avete chiamato a star presente
a espression d'amori, e di dolcezze,
per farmi dare al diavolo. Ognun gode,
e il re sta a bocca secca. È già contenta
mia madre d'esser nonna. Io non intendo,
perché tiriate indietro quella mano,
e ricusiate d'un monarca il letto.
Diventerò bestial, come un cavallo,
e spezzerò la corda dei riguardi.
Barbarina Mio re, non vi sdegnate. I miei riguardi
da molti arcani hanno principio oscuro,
che minaccian tali nozze. È questo il punto
di sciorre il nodo a mille cose ignote,
ch'io non potei capir. Son curiosa
estremamente anch'io di saper, come
deve finir questa tragedia greca.
Truffaldin, Smeraldina, a me si rechi
dell'acqua d'or la portentosa ampolla,
che suona, e danza, l'Augellin, che parla,
ed il musico pomo. Io già son pronta,
quando il destin lo voglia, d'esser vostra.
(Truffaldino e Smeraldina escono)
Tartaglia Adunque il matrimonio ha da dipendere
da un pomo, da un po' d'acqua, e da un uccello?
Da re d'onor che son cose ridicole.
Barbarina Qui quell'Augel; di là si metta il pomo;
in quella conca l'acqua sia versata.
(Smeraldina porrà sulla tavola l'uccello, sul bacile del piedestallo il pomo. Truffaldino verserà nella conca l'acqua con qualche lazzo. Versata l'acqua, s'udrà suono di strumenti adagio, ballando l'acqua a poco a poco; gli strumenti si faranno sentir più, e l'acqua ballando s'innalzerà, e formerà una fontana; la sinfonia sarà grande)
Barbarina (fa cenno all'acqua, che taccia; l'acqua ferma il suono)
Acqua, il suono rallenta, ed accompagna
del pomo il canto; e tu sciogli la voce.
(al pomo)
Pomo (in tuon di recitativo, accompagnato dall'acqua)
Tremi chi da gran tempo pertinace
visse negli error suoi. Chi a pentimento
sorda l'alma mantenne. Il punto è questo,
in cui l'ira del cielo si scatena
contro gli empi ostinati, in cui felici
fa il ciel gli oppressi a torto, al cielo amici.
(l'acqua suona la seguente aria, il pomo la canta)
Si spezzi la tomba,
in cui l'innocente,
novella colomba,
sofferse dolente
sì lungo penar.
Giust'ira celeste
la folgore scaglia,
punisci, sbaraglia.
Rallegra Tartaglia,
fa il regno brillar.
(si fermano l'acqua, e il pomo)
Tartaglia Adagio un poco, non gridate tanto;
io voglio far le mie interpretazioni.
Tremi chi da gran tempo pertinace
visse negli error suoi, chi a pentimento
sorda l'alma mantiene. Barbarina,
siete ostinata, come un'asinella,
a non volermi per consorte vostro;
dunque tremate: il pomo parla chiaro.
Tartagliona (basso a Brighella) Poeta, spero ben.
Brighella (basso a Tartagliona)
Ma… se non la sposa, il strologo Brighella,
e le viscere sue sono in padella.
Tartaglia Giust'ira celeste
la folgore scaglia,
punisci, sbaraglia,
rallegra Tartaglia,
fa il regno brillar.
Qua quella man; non aspettiamo il fulmine.
Dovete rallegrarmi; il pomo il dice.
Barbarina Pria di far ciò, mio re, l'Augel ragioni.
Tartaglia (collerico)
Io non voglio sentenze d'un uccello.
Datemi questa mano; io me la prendo.
Augel Deh fermati, m'ascolta, e inarca quelle ciglia:
non sposar Barbarina, o sposerai tua figlia.
Tartaglia Come mia figlia? Quest'uccello è matto.
Augel No, non son matto, no; stammi, Tartaglia attento;
toccherai con le mani il vero in un momento.
Son Renzo, e Barbarina tuoi figliuoli gemelli,
che gettò Pantalone nel fiume bambinelli.
Per me viver Ninetta, che fu viva sepolta.
Dal buco della scaffa eccola allegra e sciolta.
Tartagliona (a Brighella) Oimè, siam persi, strologo Brighella.
Brighella Con le viscere mie nella padella.

 


Scena ultima
Ninetta, e detti

Ninetta Chi dall'immondo buco della scaffa
mi trasse ancora a riveder le stelle?
Tartaglia Oh chi vedo, chi vedo! La mia sposa!
Mi par, ch'ella sia fatta un po' vecchietta,
ma non importa; sono un buon marito,
e voglio far quel, che mi si conviene.
Figli… Ninetta… figli… son confuso;
dunque non siete voi due cani mufferli?
Mi prende il necessario svenimento.
(va in svenimento)
Augel Nessuno dal suo posto si mova, miei padroni;
che bisogna dar fine alle trasformazioni.
Vattene, Tartagliona, coi rospi in un pantano.
Si coroni il poeta, che in lei sperato ha invano.
Tartagliona Poeta, oh Dio, mi cambio in tartaruga. (si cambia in tartaruga)
Brighella Caro idol mio, mi cambio in un somaro. (si cambia in asino)
Tartagliona Figlio, sei vendicato; godi la tua Ninetta,
io vado nei paludi a star della Foschetta.
(esce lentamente)
Tartaglia O poffar Bacco! La regina madre,
cambiata in tartaruga, che va via!
Brighella Ed io nuovo uscignuolo coll'estro mio divino
al suon di bastonate canterò in un mulino.
(esce traendo calci)
Augel Attenti, miei signori, all'ultimo portento.
L'ultimo è quel del spasso, e del divertimento.
Son re di Terradombra; in Augello fatato,
come sa l'uditorio, fui dall'orco cambiato.
Ora tutto è compiuto; finisco la mia sorte.
Abbraccio Barbarina, la piglio per consorte.
Ognuno si ravveda; meno filosofia,
se non sa far buon uso nella sua fantasia.
Per noi, se nelle favole troviam benigni i frutti,
direm: "Son gli spropositi; filosofia per tutti".
(si cambia in re)

 


APPENDICE
Note
I personaggi raggiungono un numero max di nove attori in scena in momenti alternati; cinque di questi, precisamente, i personaggi fiabeschi: Pomi, Acqua d'oro e Augel belverde, hanno ruolo doppio. Gli attori rimasti rivestono invece un ruolo singolo, perché presenti in gran parte delle scene, e visibili al pubblico per quasi tutta la durata della rappresentazione. Ad eccezione delle precedenti, l'ultima scena del quinto atto, si differenzia per la presenza sul palcoscenico di tutti i quattordici personaggi, ovviamente con cambi e adattamenti di costume, maschere e accessori, visibili al pubblico.
Il ritmo di recitazione è dato dalla varietà linguistica con cui Gozzi imposta l'opera. A tale varietà si rileva inoltre, un attento lavoro stilistico esteso al profilo metrico. Ciò comporta l'utilizzo di una polimetria secondo la quale a ciascun personaggio e a ciascuna situazione drammatica corrispondono una misura e un ritmo diversi (serie di quinari, senari, settenari, ottonari, alternanza di settenari sdruccioli e tronchi, settenari e endecasillabi, senari e endecasillabi, e strofette di martelliani a rima baciata in tutte le battute dell'Augellin belverde).
Inoltre, la fiaba si può scomporre in tre categorie distinte: i personaggi reali, tra questi, i protagonisti della vicenda, che presentano un corretto utilizzo della lingua italiana e della metrica stabilita, i personaggi fantastici, costituenti quel mondo fiabesco tipicamente gozziano, anch'essi con battute in metrica (vedi esempio dell'Augellin belverde), e le maschere della Commedia dell'Arte, con i loro caratteri ben definiti, a cui viene lasciato dall'autore ampio margine d'improvvisazione mista, in italiano e in dialetto veneziano.
Le scene in cui si svolge l'azione sono tre: la città immaginaria di Monterotondo, dove si collocano il palazzo del re Tartaglia e il palazzo dei Gemelli, distribuiti in una zona centro/destra del palcoscenico; il giardino della fata Serpentina, e il colle dell'Orco, due contesti fiabeschi, disposti in un'area a sinistra. Il proscenio è di utilizzo esclusivo delle maschere della Commedia dell'Arte, nel momento in cui interagiscono direttamente col pubblico.
NB Per quanto riguarda la struttura della pièce, particolare importanza viene data alla sonorità, fornita in modo distinto, dalla composizione polimetrica delle battute di ogni singolo personaggio.

 


Interpreti 
Ruolo in ordine di apparizione

Brighella - Pomo Giorgia Gallina
Pantalone - Augel belverde Nicolò Polesello
Truffaldino Igor Marchetti
Smeraldina Veronica Dominioni
Barbarina Luisa Belviso
Renzo Marouane Zotti
Ninetta - Acqua d'Oro Elena Brunetta
voce di Calmon Marco Ferracuti
Tartaglia Luigi Guerrieri
Tartagliona Diana Dal Prà
voce di Serpentina Caterina Bonelli
voce di Pompea Caterina Bonelli

Adattamento e messa in scena
Gloria Deandrea

Aiuto
Federico Bizzarini

Scena e accessori
Claudia Corò e Matteo Torcinovich

Costumi, maschere e trucco
Giorgia Franzoi

 


Glossario
dei termini in veneziano

A
Armellin albicocca
B
Barambagole mammelle flosce di vecchia
Bisato anguilla
Bisinella bagatella
Boresso eccitazione
Buo - abuo (v.) avuto
Buso luogo ai piedi del ponte di Rialto, ove erano botteghe di tessuti
Botirro burro
C
Cagnetti (mufferle) forse collegato a 'muffa' oppure a 'muffetta', puzzola
Carampia vecchia bavosa
Casotto baraccone
Catto (v.) trovo
Çege sopracciglia
Chioco add. cotto ubriaco
Cocali gabbiani, dicesi per stupidi
Cottole sottane
Crena (cfr. crine) capigliatura
Cusìi (v.) cuciti
D
Descusìa scucita
F
Fugazza focaccia
G
Gatarigole solletico
Gnocca bernoccolo
Grossi (ted. groschen) soldi
I
Incocalia istupidita
M
Marantega befana
Mascherina cagnetta chiamata così per il muso scuro
N
Naranze arance
Negai (v.) annegati
Noffia porcellina da latte, 3° premio della Regata Storica
Nottola pipistrello
P
Pegola pece (e de che pegola! – di che portata!)
Pesoca pesante, debole
Petaza (petazza) add. voce fam. pettegola
Pironi forchette
Ponsò color rosso fuoco
Pressa (fr. presser) fretta
R
Raise radici
Rancurar (v.) raccogliere, aver cura
Rebegolo argento vivo
Resipiglion (accresc.) erisipela
Retraser (v.) ritrarre, fare ritratti
S
Scaffa (scafa) pila dell'acquaio
Slepe sberle
Spago sforzin (forsin) spago ritorto
Strangolariola mancanza di respiro
T
Tacconi toppe, rappezzi
Tafanario (crf. tafani – mosche cavalline) sedere
Tatarezzi (cfr. tatare – arnesi vili) tresche amorose
Tocco pezzo
Tossi botta
Tramesso involto, fardello
Z
Zavarìa (v.) farneticato
Zogia gioia, gioiello

 


Documentazione fotografica della rappresentazione
incluse le immagini di presentazione
di Marco Ferracuti e Atanas Georgiev