2011
dal manifesto Ossesso nr. 8
di Gloria Deandrea

 

 

Autore: Calma, calma, dottore! Vede, io lo andavo avvolgendo dentro una nube di parole e, non per vantarmi, ero riuscito a mascherare la realtà. Rimanga dentro la nube. Non si muova. Vede che potere ha la parola, specie se varia, ironica? Gente come noi mette tutto nella parola, vive nella parola, risolve tutto nella parola. Ci facciamo portare dalla parola. Camminiamo, navighiamo, voliamo portati dalle parole. Azioni, gesti, sono diventati parole. E' per questo che noi, uomini civili, ossia uomini verbali, abbiamo dimesso l'azione, dimesso il gesto. E un giorno, civilissimi, ossia verbalissimi, le nostre stesse parole perderanno la loro azione, il loro gesto, cioè a dire suono e formulazione, e vivremo dentro una nube di parole informulate, silenti. Non è vero, dottore? Non si muova! Non vorrà comportarsi da uomo qualunque?
Alberto Savinio, Alcesti di Samuele, 1942

piéce teatrale messa in scena da Giorgio Strehler nel 1949-50

 

La parola è un insieme organico di suoni con cui l'essere umano comunica contenuti mentali precisi, e rappresenta l'unico strumento di distinzione dell'uomo dalla bestia. L'utilizzo costante, alle volte smodato, di tale significativo termine nella storia, ha fatto sì che di questo vocabolo ci fosse un passaggio inevitabile dall'uso all'abuso: ho una parola sulla punta delle labbra, belle parole!, dò la parola, di poche parole, sono in parola, non faccio parola, giochi di parole, giro di parole, prendo in parola, in parole povere, tolgo la parola di bocca, libertà di parola, l'ultima parola, mangio le parole, misuro le parole, nel vero senso della parola, non ho parole!, parola d'onore, parola d'ordine, parole di fuoco, parole grosse!, parole crociate, parole sante!, passa parola, il peso delle parole, prendo in parola, prendo la parola, mi rimangio la parola, rispetto la parola, scambio una parola, sono senza parole!, mi creda sulla parola, una buona parola, uomo di parola, vengo a parole, parolaccia, parolaio, paroliere, parolina, parolona, parole, parole, parole… tanti modi, altrettante interpretazioni. Nel nostro tempo storico, e nell'attualità dei fatti, oltre all'abuso letterale del termine, la parola viene messa troppo frequentemente in relazione a immagini, il più delle volte, statiche, che rivestono la banale funzione di slogan d'effetto. Si vedano a tal proposito i manifesti pubblicitari di telefonia mobile, piuttosto di quelli politici o di lingerie. Meri esempi propagandistici, stabiliti dai figli della Società dello Spettacolo debordiana, che privano la parola del suo potenziale espressivo. Quale significato è conseguenza tangibile di tale deformità? La parola perde la sua espressione prima, di vero, per acquisire quella imperfetta di falso. A tal riguardo, il falso, genera una problematica rilevante: l'incapacità delle società contemporanee di riconoscere e, conseguentemente gestire, o addirittura eliminare, le distinte correnti bluffiste. Nel momento in cui sono preferite la comodità quotidiana, la lusinghiera illusione, la pigrizia mentale, il compromesso, la mediocrità universale, rispetto al reale, all'originale, all'effettivo, la parola non ha salvezza. Ma può, la parola, essere lasciata sola a condurre una lotta senza tempo? No. Il conflitto dev'essere affrontato, non può intimorire. È un dovere civico, un dovere etico di ogni società. E in questo sistema così strutturato, le arti, in particolare quelle dello spettacolo, specchio delle civiltà di ogni tempo, hanno un'enorme responsabilità. Si pensi al teatro, alla finzione per alcuni più vera della realtà, alla relazione forte tra parola e azione dell'attore. Che cosa conta nelle arti teatrali a riguardo? Conta il mezzo e non il fine ultimo. Conta il procedimento che si è compiuto per arrivare a definire il risultato finale. Conta l'approccio filologico, scientifico, analitico per la struttura del testo. Conta il doppio: battute botta/risposta in relazione a soliloqui, attori che assumono due ruoli nella medesima piéce, il tempo presente in rapporto a quello passato, l'azione dell'attore contrapposta al fermo-scena, l'evoluzione drammaturgica dei personaggi in contrasto con la loro caratterizzazione, quest'ultima data da un gesto costante, legato a un vocabolo ripetuto con continuità. E sopra ognuno dei punti citati, conta la parola. L'importanza che essa esprime nella forma teatrale più pura, ossia quella che si compone grazie al testo, è la base da cui ha origine il teatro più duraturo, il Teatro di Parola, appunto. Come le fondazioni rappresentano la solidità strutturale di un edificio, la parola costituisce l'unico vero strumento di gioco dell'attore, che, grazie a un mezzo così prestigioso, ha la possibilità di poter gestire in maniera disinvolta, il falso. Nell'attualità dei fatti, gli attori, come pure gli autori, entrambi figure elette che, nel novecento, hanno ingenuamente delegato la loro importante e singolare carica ai registi, nell'attualità dei fatti, questi soggetti sono passati da dinamici, a statici. Figure "in attesa" di seguire la direzione registica. Ora, analizzando i fatti realmente accaduti, è importante rilevare quale, alto, contributo è stato dato alle arti dello spettacolo dai registi italiani del novecento, si pensi in cinematografia al Neorealismo di De Sica e Rossellini, alla Commedia all'Italiana di Monicelli, all'immaginario onirico di Fellini, e tanti altri ancora. Vero è che l'arte cinematografica ben si presta all'organizzazione registica, se non altro a livello tecnico, siccome, e grazie alla camera fissa o mobile che sia, sono presenti in una pellicola svariati campi visivi, con altrettante numerose inquadrature. Mentre, in teatro, è evidente il contributo di un uomo di grande talento come Giorgio Strehler; a tal riguardo, è rilevante ricordare la notevole capacità artistica e intellettuale di questa figura, che, con maestria ed eleganza, ha saputo condurre attori e testi (anche sconosciuti) verso un concetto specifico, oltre il teatro, concetto in cui l'uomo è, e dev'essere, presente nella storia1 e direttamente responsabile di questa, valorizzando le potenzialità dello scritto e delle figure agenti sul palcoscenico. Ciò detto, in un contesto di fosca conoscenza generale, si rendono necessarie due constatazioni: 1. Il novecento è finito. 2. Giorgio Strehler è morto, e il Teatro di Regia, ahimè, pure. Sulla prima constatazione non dovrebbero esserci dubbi a riguardo, sulla seconda, è lecito avanzare perplessità. D'altronde quando si ha di fronte una figura così rilevante, la morte fisica non è nulla rispetto alla forza dell'opera lasciata, e in questo senso, più viva che mai! Il dilemma trasla dalla memoria alle eredità. Nella maggior parte dei casi, infatti, di tali opere rimane ben poco; quasi mai il contenuto profondo, quasi sempre gli innumerevoli strati di superficialità che aberrano, deformano, trasformano l'originale in copia, come la patina che si adagia, anno dopo anno, sull'affresco, alterandone i cromatismi autentici. Questo procedimento perverso fa sì che il vero rientri quindi nella nozione di corrente bluffista, già citata, e si unisca a una problematica pratica, evidente, che riguarda il teatro nello specifico: il campo visivo è uno soltanto, il palcoscenico, con l'attore di fronte al pubblico. Con un campo visivo unico, attori in scena che non raggiungono neanche il numero di dodici, dato dalla prestigiosa compagnia shakespeariana, scenografia essenziale, macchine sceniche inesistenti, costumi privi d'identità, quale può essere il contributo di un regista, se non quello della scelta di testi rilevanti che concentrano e focalizzano l'attenzione sulla parola? In una situazione in cui il falso ha sovrastato il vero non solo nella scrittura, ma addirittura nella quotidianità, quale destino possono avere le arti dello spettacolo? Uno soltanto. Devono morire. Devono essere spazzate via dalla storia, così da risorgere nei valori più alti, e costruire una nuova storia, data dalla verità della rappresentazione, recuperando altresì l'ultimo elemento della parola, anch'esso ridotto a bluff: l'elemento fantastico. La fantasia è necessaria alla parola, come il desiderio all'uomo. La fantasia è l'elemento più complesso, misterioso, ambiguo della parola, e quello più lontano dalla ragione, dalla scienza, e dall'approccio filologico ai testi scritti dalla Modernità in poi. La fantasia contrasta con la ragione della scrittura, ma il suo contributo ha un peso non indifferente, perché rafforza la lettura della storia attraverso il paradosso, il confronto e/o il contrasto con l'effettivo, rendendosi specchio della realtà, visibile attraverso l'esaltazione dell'illusione. Quest'ultima è continuamente ricercata dai popoli della storia. In questo tempo storico, inseguita in modo più singolare, intimo, isolato, comunque, nessun individuo presente nella società, ha smesso un solo istante di desiderare il sogno. In conclusione, perché le arti dello spettacolo possano quindi ottenere risultati d'eccellenza, esaltando l'effettiva forza vitale di cui sono composte, data sempre dal vero, occorre che siano semplici e spontanee. Di questa semplicità si devono vestire, e in questa semplicità devono agire, nella semplicità innalzare ciò che è rappresentato dall'unico, grande, immenso valore primo, e più puro: la parola.

 

1Storia: intesa come avvenimenti storici e non come narrazione di un testo.

 

  

  

 

Immagini
in alto a sinistra Giorgio Strehler con Alberto Savinio
in alto a destra l'attore Camillo Pilotto
in basso a sinitra l'attrice Lilla Brignone
in basso a destra Giorgio Strehler e Alberto Savinio durante le prove