2004
dal manifesto Ossesso nr. 1
di Marco Ferracuti

 

 

Sentiamo ripetere, in un polverone incessante di voci sovrapposte, che viviamo in una società dominata dalle immagini. Volendo allungare lo sguardo oltre il diffuso rumore mediatico per osare un giudizio strutturato su questo assunto, dobbiamo innanzitutto porci una serie di domande. E' vero che la società contemporanea è dominata da una cultura delle immagini? Questo primo interrogativo stimola immediatamente la nostra curiosità per le modalità con cui tale dominio avverrebbe. Forse, ancor prima, sarebbe giusto domandarsi addirittura in cosa esattamente consista tale cultura delle immagini, per poi immediatamente pensare quale struttura e quale potere trarrebbe vantaggio dal suo uso? Una serie di domande che prese quasi a casaccio dall'ampio paniere dei luoghi comuni pare consentirci di arrivare subito a un assunto: la cultura delle immagini non esiste; non vi è una definizione, non esiste alcun discorso che tragga la propria dialettica da un'ipotetica cultura delle immagini. Possiamo constatare che l'uso delle immagini si accompagna sovente all'affermazione del potere, non possiamo invece dire che gli enunciati e le politiche in base alle quali il potere viene strutturato possano formarsi in base a un linguaggio fatto di immagini. Un linguaggio per immagini, se tale potesse essere definito, dovrebbe disporre di apparati linguistici che consentano la creazione e la comunicabilità di elaborazioni logiche complesse che a nostro avviso non sussistono. Le immagini restano mute testimonianze dell'esistenza del proprio referente. Infatti, abbiamo tralasciato un ragionamento sul senso che può avere il termine cultura in questo contesto: la natura fonetica del nostro alfabeto, a partire dalle vocali inventate dai greci ha dominato lo sviluppo di lingue e alfabeti che interpretano gli oggetti e i fenomeni in base a una convenzione linguistica non figurativa. Dunque, quando noi pronunciamo una parola non attribuiamo un'immagine al referente ma un suono. Viceversa, le scritture a ideogrammi (Giapponese, Cinese) si articolano in un linguaggio che in parte è figurativo e comunque orientato agli oggetti (o alle sensazioni, alle emozioni, ecc.) che vengono scritti nel testo. Se possiamo concepire una cultura fatta di immagini, non possiamo dunque assimilarla direttamente a una cultura del linguaggio, essendo questa articolata con regole del tutto differenti. Invariabilmente l'immagine afferma il proprio referente, sancisce staticamente la presenza dell'oggetto ed è priva di ogni capacità dialettica per la costruzione di un discorso. Diventa difficile a questo punto affermare l'esistenza di un vero e proprio linguaggio per immagini, dovremo forse dire che esiste un uso di immagini in stretta articolazione con il testo: alla stessa immagine può essere conferito un senso diverso a seconda del testo che la accompagna e che ne focalizza un senso, il testo in questo caso non modifica il referente dell'immagine che resta oggettivo, ma modifica le relazioni che lo legano al contesto culturale in cui è sempre il testo a stabilire le regole e a costruire le relazioni. Il film Baraka (1992) di Ron Fricke è costruito con una sequenza ridondante di immagini tipiche delle nostre società, ripete ossessivamente un messaggio il cui senso profondo è da tempo radicato nella nostra struttura linguistica. L'assenza di ogni commento testuale alla successione di immagini è resa possibile dalla semplicità con cui possiamo attingere a riferimenti e definizioni testuali relative a ciascuna immagine: l'inquinamento, la sovrappopolazione, la guerra, sono temi le cui immagini sono da tempo definite da una serie universalmente riconosciuta di commenti testuali riferibili a precisi ambiti culturali. Il regista dichiara in un'intervista di aver lasciato l'interpretazione del film e la definizione del suo significato allo spettatore, ancora una volta il senso delle immagini viene lasciato all'interpretazione linguistica; tale giudizio dipende esclusivamente dal profilo culturale dello spettatore e, comunque, non sarà mai articolato oltre l'assunzione e la valutazione di immagini-manifesto il cui valore dialettico sia già stato attribuito da speculazioni verbali precedenti. Le immagini infatti tendono a diventare dei comodi vettori di espressioni complesse, cariche di assunti e presupposti, spesso sottintesi e oscuri ai più, spesso volgari e stantii. Vale più un'immagine di cento parole! Si, ma solo per chi sia in grado allo stesso tempo di elaborare complesse costruzioni logiche di tipo verbale-speculativo e di sintetizzarle successivamente in un'oggetto comunicativo di forte impatto, in un'immagine. Una volta diffuso un certo consenso sulle proprie tesi, avendone la possibilità, diventa conveniente legarle in un concentrato mediatico che le ripeta; sottraendo gli enunciati alla complessità della retorica e affermandoli continuamente, fino a renderli quasi assiomatici e a legarli strettamente alla quotidianità, si ottiene un'affermazione post-dialettica di grande forza. Dobbiamo forse identificare la cultura delle immagini con una o più correnti artistiche, con il complesso delle strategie di marketing che dominano il mondo del prodotto, con una storia dell'arte? Possiamo forse derivare alcuni princìpi alla base della diffusione delle immagini dal sistema consumista e dalle regole del libero mercato? Possiamo ancora una volta ricollegarci alla definizione di Società dello spettacolo di Guy Debord? Rispetto a questo ultimo interrogativo dobbiamo in primo luogo notare come le condizioni alla base della proliferazione delle immagini siano cambiate, in qualche modo evolvendosi da un regime che, se non istituzionale, era almeno limitato a pochi potenti produttori, nella gran parte dei casi vicini a gruppi in grado di formare consenso e di dettare regole. Oggi la produzione di immagini è fenomeno diffuso ed economico, nulla vieta la produzione di immagini a livelli diversi da quello istituzionale, in certa misura anche la diffusione di tali immagini conquista spazi nuovi (pensiamo agli allegati delle e-mail) e nuove modalità di distribuzione. In contrasto con una cultura accademica, che esce dalle scuole, dalla teoria, talvolta da un maestro, la cultura mediatica attuale attinge a una produzione diffusa, senza un'origine puntiforme, non identificabile. Non ha origine in un'enunciazione teorica, non ha origine in un atto di pura creazione artistica, non ha origine in un movimento rivoluzionario, non ha origine in una struttura ideologica. Sembra più che altro essere un effetto, un sisma rivelatore di enormi forze sommerse prive di una parola e di un pensiero coerente. Quali sono allora queste forze immani e tuttavia invisibili? Le immagini che continuamente si aggiungono, che accorrono ad ispessire il vocabolario di questa lingua impronunciabile, sgorgano dai programmi di videoscrittura, dai cellulari, dalle televisioni, dalle macchine digitali, dalle tesine degli studenti, da internet, dall'arte, dalla critica, dalla scuola. Spesso non volendo siamo noi a produrre continuamente immagini; le perdiamo dalle tasche, le espelliamo con poco sforzo e con moderata soddisfazione. Ogni nuovo e apparentemente imprescindibile strumento produttivo della cosiddetta nuova economia contiene ridondanti meccanismi di produzione di immagini; il tempo dedicato allo sviluppo di un contenuto si assottiglia rispetto all'attenzione dedicata al layout, gli stessi programmi di videoscrittura sono diventati dei pesanti contenitori di inutili dispositivi grafici più o meno standardizzati. La pratica della scrittura, della redazione, ormai riveste un ruolo marginale di assemblaggio e di conferimento di senso localizzato e specializzato a un fiume di contributi non richiesti ma spesso imprescindibili. Un servizio giornalistico su uno qualsiasi dei settimanali allegati ai quotidiani ci sottopone le stesse immagini che hanno corredato altri articoli in altri contesti, immagini a suo tempo vendute e tuttora in vendita per altri e diversi articoli e a sostegno di nuove e diverse tesi. L'ossessiva generazione di immagini non pare aver legami nè con alcun principio ordinatore, nè con alcuna forma di controllo, nè con alcun enunciato pratico fatta salva la logica del mercato. Aprendo uno spazio di confronto accessibile come Ossesso, dando spazio a chi desidera mostrare la propria produzione, dobbiamo informare sulla nostra volontà di critica su modi di espressione diffusi, accessibili, economici, facili, per garantire visibilità a chi contribuisce senza rinunciare a un dibattito e a un confronto che costituiscono il valore potenziale di un'iniziativa aperta e orizzontale. Ossesso sarà dunque un contenitore, ma nessuno dei contenuti sarà sottratto alla critica e al confronto. Questo è l'unico principio che ci permetterà di non arricchire le vaste riserve dell'immondizia mediatica per concentrarci su un confronto anche limitato di singoli e originali contributi, discorsi, lavori.

 

  

  

 

Immagini
in alto a sinistra Guy Debord, autore del testo critico 'La Società dello Spettacolo', nonché vivace intellettuale, tra i fondatori del movimento artistico 'Internazionale Situazionista', con Michèle Bernstein
in alto a destra 'In girum imus nocte et consumimur igni', palindromo
in basso a sinistra immagine tratta dalla critica debordiana nei confronti della 'società dello spettacolo'
in basso a destra immagine tratta dalla critica debordiana nei confronti dell'arte cinematografica