2008
dal manifesto nr. 7
di Gloria Deandrea

 

 

Sono presenti in Italia, in modo ambiguo, diverse forme teatrali, alcune decisamente più performative o spettacolari, che pongono le loro basi sul concetto di rappresentazione visiva, o meglio, nel caso specifico del teatro di 'prosa', di quadri visivi. Si può considerare quadro visivo ogni composizione registica che unisce, con maggiore o minore arguzia, gli elementi scenici, indipendentemente dal valore o dalle potenzialità del singolo, per favorire la combinazione complessiva, costituita da attori, scena, costumi, maschere o trucco, accessori, luci, e quant'altro. Queste forme, basate sulla presenza indiscussa della figura registica, sono il frutto del XX secolo, ormai trascorso, che ha dato, erroneamente, rilievo alla direzione. Erroneamente perché il direttore non è altro che un organizzatore. Se capace, un organizzatore puntuale e rilevante per il funzionamento complessivo della scena, se inadeguato, assolutamente privo di utilità, e comunque sempre un organizzatore, mediatore dei processi di rappresentazione tra autore e attore. Il contesto del teatro contemporaneo, subisce tutt'oggi gli strascichi del novecento, da cui è difficile staccarsi, se non altro per cause fisiologiche di gran parte dei direttori, in quanto ancora registi viventi. Non solo, oltre a questo blocco, dettato dall'onnipotenza registica, che bene non fa alla rappresentazione teatrale, si pone un'altra questione: la definizione del termine prosa. Come qualsiasi essere dotato di ragione può intendere, tale voce spazia, senza limiti, in diversi ambiti, sovrapponendo strati di caos al già esistente disordine delle forme teatrali. Per esclusione, la prosa non è poesia, non è scrittura in versi, non è lirica. Di conseguenza, qualsiasi opera non sottomessa alle regole della versificazione si può definire prosa. Va ricordato, inoltre, che sinonimi di prosa sono: noia, ripetitività, banalità, quotidianità, monotonia, prosaicità, materialità, volgarità. Ciò detto, stravaganza per stravaganza, futilità per futilità, grazie a una definizione così poco appropriata, il teatro di 'prosa' potrebbe placidamente chiamarsi teatro di caffè, teatro di Francesco, teatro di noia, e via dicendo. È necessario ricordare non solo al pubblico, ma agli addetti ai lavori, che di tutte le forme teatrali esistenti, una soltanto deriva dal concetto base di teatro, quella che favorisce la relazione attore/spettatore per mezzo di un filo conduttore unico, dettato dal racconto. La narrazione di una storia trasmessa da un attore agente, alla percezione della storia medesima recepita da uno spettatore reagente. Questa forma, la più pura, determinata dal rapporto tra le due figure prime che costituiscono il teatro, autore/attore, trova esatta collocazione all'interno di un tipo specifico, privo di confusioni caotiche, il teatro di parola. Tale teatro sviluppa i suoi princìpi sull'analisi di un concetto semplice che evidenzia il valore della parola, ossia il valore del testo scritto per le scene da autori teatrali, per la rappresentazione attoriale. L'attore che racconta e lo spettatore che comprende. L'attore che compie un'azione, provocando nello spettatore una reazione. Il teatro di parola non va sentito, non va visto, non va ascoltato un po', non va osservato casualmente. Il teatro di parola va sentito e va visto con la dovuta attenzione. E per avere la dovuta attenzione dal pubblico sono necessarie, da parte dell'autore, la consapevolezza e la volontà di raccontare una storia, ovviamente potenziata dalle capacità vocali e gestuali dell'attore. In questo senso, la scrittura teatrale, a differenza di altre forme letterarie come la narrativa, la saggistica, il romanzo, e via dicendo, è una scrittura doppia, una scrittura più articolata, una scrittura che ha una duplice complessità d'impostazione, siccome dev'essere pensata dall'autore come testo da rappresentare e non solo da leggere. Di conseguenza, è necessario considerare il testo scritto in relazione ai gesti compiuti dagli attori, alle loro entrate e uscite, al timbro vocale, ai cambi di scena, quindi a un progetto registico leggero e duttile, pensato per essere di supporto all'attore, e di sostegno all'azione compiuta in scena dall'attore medesimo, vero e indubbio artefice della trasformazione dalla carta alla rappresentazione. La rappresentazione, non è altro che la corretta conseguenza del testo scritto. Perciò la messa in scena teatrale, realizzata dall'autore, in relazione all'attore agente sul palcoscenico, è un dovere che l'autore stesso ha nei confronti del suo testo, in quanto il testo teatrale va provato. Nell'attualità della macchina teatrale, salvo rare eccezioni, nessun autore rappresenta in proprio testo (fatta eccezione per i monologhi), delegando a direttori, senz'altro più interessati all'organizzazione generale che alla scrittura, l'onere della regia. Questa situazione di tacito accordo tra autori e registi, non è soltanto un errore d'impostazione del progetto, ma una scorrettezza concessa. Un lavoro a metà. Tale contesto risponde alle caratteristiche di qualcosa che si può considerare come cattiva educazione teatrale. L'unione delle due figure di autore/regista, considerando sempre la regia come un supporto alle potenzialità del testo esaltate dall'attore, è indispensabile alla visione generale del progetto, senza comunque compromettere le potenzialità del testo medesimo che un distinto direttore può sviluppare, in altro modo, in differenti contesti, con un'idea registica diversa. È necessario ricordare che il punto focale di ogni rappresentazione è, e rimane nel tempo, la parola, perno intorno a cui si sviluppa il lavoro di scrittura teatrale dell'autore, potenziato dalle capacità istrioniche dell'attore. Queste due figure vettoriali permettono la trasmissione del racconto, direzionandolo verso una traiettoria specifica, per mezzo di quell'arte effimera data dal teatro di parola.

 

  

  

 

Immagini
in alto a sinistra caratteri tipografici in metallo
in alto a destra costruzione della lettera A, dal testo di fra' Luca Pacioli, 'de Divina Proportione', Paganino dei Paganini, Venezia 1509
in basso a sinistra costruzione della lettera A, dal testo di Geoffroy Tory, 'Champ Fleury'  del 1526
in basso a destra costruzione della lettera A, dal testo di Geoffroy Tory, 'Champ Fleury'  del 1526