2019
pittura su tela
di Gloria Deandrea

 

 

Chiesa di Santa Maria dei Miracoli - Bassorilievo di Tritone alato con putto
Un Francesco Amadi, abitante nel circondario di S. Marina, aveva fatto appendere per divozione presso la sua casa, e propriamente all'ingresso di una località che chiamavasi la Corte Nuova, una immagine della Beata Vergine, la quale ebbe tal fama di prodigiosa da indurre nel 1480 un di lui nipote, per nome Angelo, a trasportarla in Corte di Ca' Amadi, e costruirvi una cappella di tavole onde esporla alla pubblica venerazione. Nell'anno stesso il pievano di S. Marina, Marco Tazza, gettò i fondamenti, col concorso degli Amadi, e d'altre famiglie, d'un nobile tempio, che compì nel 1488, ed in cui collocò la sacra immagine, fondando eziandio in prossimità un convento di monache Francescane. Ignorasi chi abbia dato il disegno del tempio, poiché Pietro Lombardo ne fu, per quanto si afferma, l'esecutore soltanto, aggiungendo però di suo la cappella maggiore e l'annesso convento. Il Malipiero, ne' suoi Annali Veneti, racconta colle seguenti parole, sotto l'anno 1480, l'origine dei suddetti edificii: Quest'anno ha comenzà la devotione della M. di Miracoli, la qual era alla porta de Corte Nuova, all'opposto delle case di Amai, in la calle stretta, e per el concorso della zente è sta necessario levar la imagine, e portarla in corte de cha Amai, et è sta fatto di grandissime offerte de cere, statue, denari, et arzenti, tantoché se ha trovà intorno 400 ducati al mese, e quei della contrà ha creà sie procuratori, e tra i altri Lunardo Loredan Procurator. Et in processo di tempo è sta assunà 3000 ducati d'elemosine, e con essi è sta comprà la Corte Nova da cha Bembo, da cha Querini, e da cha Baroci, e là è sta fabbricà un bellissimo tempio con un monastero, e dentro è sta messo donne muneghe de S. Chiara de Muran. Il tempio di S. Maria dei Miracoli diventò nel 1810 oratorio dipendente dalla chiesa di S. Canciano, e chiuso ai nostri giorni a cagione di ristauro, sta attualmente per dischiudersi, dopo varii anni, al culto divino.
Giuseppe Tassini, Curiosità Veneziane, ovvero Origini delle denominazioni stradali di Venezia, Filippi Editore, Venezia, 1990

 

 

Venezia… giace ancora dinnanzi ai nostri sguardi come era nel periodo finale della sua decadenza: un fantasma sulle sabbie del mare, così debole, così silenziosa, così spoglia di tutto all'infuori della sua bellezza, che qualche volta quando ammiriamo il suo languido riflesso nella laguna, rimaniamo incerti quale sia la città e quale l'ombra.
John Ruskin, Le pietre di Venezia, Bur, Milano, 1990

La Ca' d'Oro - texture sfondo superiore
È un palazzo veneziano affacciato sul Canal Grande, all'interno del sestiere di Cannaregio. Nel 1424, Marino Contarini, mercante veneziano, proveniente da una ricca famiglia dogale, acquistò il palazzo dalla famiglia Zeno, facendolo successivamente demolire, in favore di una nuova costruzione. A lui si deve gran parte della struttura attuale che conosciamo ed ammiriamo. Nel cantiere della Ca' d'Oro, in epoca medievale, lavorarono maestranze sia lombarde che venete. Matteo Raverti, già noto per la realizzazione di numerose sculture di pregio inserite nel Duomo di Milano, per la decorazione della facciata di Palazzo Ducale, e del coronamento della cappella del palazzo medesimo; con la sua bottega, lavorò contemporaneamente a Giovanni Bono ed al figlio Bartolomeo, realizzando entrambi gli apparati decorativi. Quest'ultimi, cooperarono anch'essi alla facciata di Palazzo Ducale, in particolare, alla realizzazione della Porta della Carta. Si ricordano, inoltre, i portali delle chiede di Santa Maria dell'Orto e dei Santi Giovanni e Paolo, opere di pregio, realizzate dallo stesso Bartolomeo. Inoltre, nel 1431, ai decori della Ca' d'Oro lavorò un pittore francese, che visse per un lungo periodo a Venezia, Zuanne de Franza, appunto. Venne incaricato di rafforzare con il colore i marmi e le pietre posati in opera, e di sottolineare ogni elemento decorativo con rosso, blu, nero e, naturalmente, oro (da qui il nome del palazzo); del suo prezioso lavoro, oggi, non resta nulla, in quanto, cancellato dall'usura del tempo e dai restauri successivi.
Dal XVI secolo in avanti, il palazzo passò di mano in mano a distinti proprietari, subendo svariati rimaneggiamenti, soprattutto interni. A metà ottocento, la facciata venne rielaborata ad opera dell'ingegnere Giovan Battista Meduna, per volontà del proprietario di allora, Alessandro Trubetzkoi. A fine secolo, fu acquistato dal barone Giorgio Franchetti, mecenate e collezionista, il quale diede inizio ad un restauro cosciente e rispettoso, che riportò la ca' d'Oro all'antico splendore. Tra i lavori eseguiti, quelli di maggior rilievo furono: la demolizione di sovrastrutture in facciata, quali parapetti al piano terra, la riapertura delle finestre quadrate, precedentemente murate, e la realizzazione ex novo dei pavimenti, tratti da disegni ispirati a quelli originali. In particolare, per il pavimento marmoreo collocato nel portico al piano terra, distribuito lungo un'area di 350 m², sono state utilizzate le tecniche dell'opus sectile e dell'opus tessellatum, due procedure di posa in opera raffinate e prestigiose, utilizzate in antichità in Magna Grecia e, successivamente, diffuse dai Romani, come ricorda John Ruskin, nel suo testo Le Pietre di Venezia:
Ogni architettura europea, buona e cattiva, vecchia e nuova, deriva dalla Grecia a traverso Roma e si trasforma e si perfeziona per opera dell'Oriente. ...Gli antichi Greci hanno dato la colonna, Roma l'arco e gli Arabi hanno trasformato l'arco rendendolo acuto e sottile.
Per quanto riguarda i motivi geometrici della decorazione, traggono ispirazione dai pavimenti medievali delle chiese della laguna veneta, quali, la basilica di San Marco a Venezia, la basilica dei Santi Maria e Donato a Murano, e la cattedrale di Santa Maria Assunta a Torcello. Molti sono i punti di contatto con le decorazioni 'cosmatesche' (dal nome di una famiglia romana, attiva tra il XII e XIII secolo, ricordata per mosaici e decorazioni realizzate soprattutto in luoghi di culto). Compaiono, inoltre, temi desunti dal repertorio decorativo bizantino. Giorgio Franchetti disegnò personalmente le geometrie della pavimentazione e si impegnò anche nella sua realizzazione. Scelse, inoltre, di non utilizzare marmi e pietre di cavatura moderna, bensì, i tipi più noti e preziosi in uso fin dall'antichità romana, tra cui, il porfido rosso antico, lapis porphyrites, a causa del color porpora, lavorato nelle cave d'Egitto e importato a Roma; il serpentino, dal colore verde variegato, tipico delle regioni alpine e appenniniche; il cipollino verde, marmor carystium, dalla costa sud-occidentale della Grecia dove, in epoca romana, si trovavano le cave. Tale marmo, dal fondo bianco-verdastro, venne utilizzato soprattutto per la realizzazione di colonne; il giallo antico, marmor numidicum, proveniente dalla Numidia, area del nord-Africa compresa tra la Mauretania e Cartagine, attuali Marocco e Tunisia. È un marmo che varia dal giallo intenso a quello chiaro, con venature giallo scuro, o rossicce, o brune; il pavonazzetto, marmo bianco dalle venature 'paonazze', ossia violaceo scuro, come la coda del pavone, proveniente dalla regione storica dell'Anatolia, attualmente in Turchia; il verde antico, o porfido verde di Grecia, lapis lacedaemonius, pietra lucidabile a fondo verde scuro, con cristalli verde chiaro, verde scuro, o verde giallastro, di dimensioni variabili; il marmo luculleo, o marmo africano, marmum luculleum, estratto da cave presenti in Turchia, dal fondo scuro, generalmente nero, che presentano venature biancastre, o rosate, o rosse, o anche nere e grigie; e molti altri ancora.
Su volontà di Giorgio Franchetti, all'interno della Ca' d'Oro, furono collocate alcune opere d'arte della sua collezione personale, per favorire la trasformazione del palazzo veneziano in museo, perdendo, di fatto, la funzione originale di abitazione civile. Dopo la morte del barone, avvenuta nel 1922, furono conclusi i lavori di restauro e, il 18 gennaio 1927, venne inaugurata la Galleria che porta, ancora oggi, il suo nome.

 

 

Chiesa di Santa Maria dell'Orto - texture sfondo inferiore
Marco Tiberio da Parma, generale degli Umiliati eresse circa la metà del secolo XIV, una chiesa dedicata a S. Cristoforo con annesso convento. Questa chiesa fu in seguito detta della Madonna dell'Orto, o di S. Maria Odorifera, avendosi in essa collocato nel 1377 un'immagine della B. V. che stava in un orto vicino. Minacciando di cadere nel 1399, il M. C. assegnò 200 ducati d'oro per rifabbricarla. I turpi vizi a cui s'abbandonarono nel secolo XV gli Umiliati obbligarono, dietro domanda del governo, il pontefice Pio II ad espellerli dal loro convento, ed a surrogarvi la Congregazione dei Canonici secolari di S. Giorgio in Alga. Entrovvi questa nel 1462, e venne confermata nel possedimento l'anno 1473. Pensò allora a riedificare il convento, e la chiesa, quale la veggiamo ai nostri giorni. È probabile però che in quell'occasione si lasciasse intatta la vecchia facciata eretta da Tiberio da Parma. I Canonici secolari furono soppressi nel 1668, ed il convento della Madonna dell'Orto si comperò nel 1669 dalla Congregazione dei Monaci Cistercensi, detta di Lombardia, che abitava nel rovinoso monastero di S. Antonio di Torcello. Senonché, licenziati nel 1787 anche i Cistercensi, la chiesa passò sotto il pubblico patronato, ponendosi ad uffiziarla un rettore ed alcuni suoi sacerdoti. nel 1810 essa venne dichiarata oratorio di S. Marziale, e nel 1841 il Governo Austriaco ne ordinava a proprie spese un generale ristauro, al quale però, se si eccettuino i lavori della facciata, operati nel 1845, non si diede mano che nel 1855. Dopo quel tempo la chiesa cedevasi al militare, che faceva deposito di paglia, per cui soltanto nel 1864 si ripigliava il ristauro, che ebbe termine nel 1869. Da alcuni anni essa venne fatta parrocchiale a sostituzione della chiesa di S. Marziale.
Alla Madonna dell'Orto abitava Bartolomeo Buono, architetto della così detta Porta della Carta nel Palazzo Ducale. Lo troviamo infatti denominato mastro Bortolo tajapiera alla Madonna dell'Orto.
Giuseppe Tassini, Curiosità Veneziane, ovvero Origini delle denominazioni stradali di Venezia, Filippi Editore, Venezia, 1990